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Un giorno da italiani

L'ultima opera di Salvatores è l'Italia raccontata con migliaia di video amatoriali. Dalla terra e dallo spazio

Una delle cose che mi piace fare di più per rilassarmi quando sono in Italia è guardare la tv a casa con i miei, perché non guardiamo passivamente ma parliamo e commentiamo, come un po’ tutti credo.

Ieri sera ho visto su Rai3 “Italy in a day”, ultima opera di Gabriele Salvatores, il racconto rapsodico di un genio del cinema che ha utilizzato solo video amatoriali tra i 44mila inviati. Il film, che non è un film, ma neanche un documentario, né un real-qualcosa come va di moda dire ora, è una sequenza di vite diverse che tutte insieme rappresentano una vita unica: quella dell’Italia come Paese umano, e non politico, sociale, economico come lo siamo abituati a vedere: vivisezionato innaturalmente nei telegiornali o nei programmi d’intrattenimento.

Dalla vita gestazionale a quella reale, la solitudine, l’euforia, le paure, la danza, la scelta di un disoccupato di mangiare con soddisfazione primordiale il suo panino, un marinaio moderno che attraversa l’Atlantico in una nave porta container, un’anziana con l’Alzheimer che riconosce suo figlio Gabriele, “ti sei scelto un nome protettore” gli dice, “no mamma il nome me l’hai scelto tu”, risponde con tutta la dolcezza del mondo.

Ci sono 100 o forse 1.000 storie, che scorrono secondo dopo secondo, unite dal filo dell’affetto familiare, genitoriale, amicale, tra partner etero o dello stesso sesso. La cosa più impressionante è l’equilibrio dell’opera che in un certo senso è un film tradizionale, perché ha un inizio, una fine, e un messaggio: siate felici, qualunque cosa facciate, ovunque siate.

Nel film, poi, un imprenditore calabrese testimone di giustizia dice, parafrasandolo: Io sono solo nella mia impresa con le macchine spente, ma non pago il pizzo e assaporo il senso della libertà. C’è infelicità, certo, nel ragazzo che manda curricula e trova la casella mail sempre vuota, ma poi ci sono i videomessaggi degli italiani da Berlino, dal Canada e dalla California, da Pechino, simboli di un’emigrazione necessaria ma non musona. Siamo sparsi nel mondo, siamo sempre italiani.

L’equilibrio, poi, nel film è sia tecnico sia tematico. C’è un riferimento continuo ai quattro elementi terrestri: acqua, terra, fuoco (rappresentato da uno spettacolare Etna) e aria, che trascende fino a diventare Spazio, con la S maiuscola, con l’astronauta italiano Luca Parmitano e le sue “lasagne spaziali”. Possiamo essere in qualsiasi angolo del pianeta o dell’universo, ma all’ora di pranzo ci fermiamo un momento per calare la pasta.

La positività dei messaggi arriva a getto continuo e non è mai banale. “Uno non si prepara a morire ma si esercita a vivere” dice una dottoressa, e poi un volontario italiano che opera bambini in Kurdistan ricorda le parole del Papa, nonostante non sia cattolico, “se Dio fosse un uomo sarebbe un infermiere”. C’è un Italia del fare, reale, molto lontana dallo slogan renziano.

Nella fotografia dell’Italia del 26 ottobre del 2013, il giorno in cui si svolgono tutte le storie raccontate nel film, ovviamente c’è anche la crisi ma non è questo, per una volta, il tema dominante. Gli italiani hanno preso una fotocamera e si sono ripresi in una giornata tipo, quello che Salvatores ha deciso di far emergere, nella scelta autoriale dei video amatoriali, è che siamo un popolo gioioso con una vitalità straordinaria.