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L’Europa è sull’orlo di una guerra
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L’Europa è sull’orlo di una guerra

È la prima volta da diversi decenni a questa parte. Ecco cosa deve assolutamente fare l’Occidente

04 Set. 2014

Nell’arco di pochi giorni tutto è cambiato. Secondo fonti della NATO, già da diversi giorni un migliaio di soldati russi sarebbero stati mobilitati nell’area in prossimità di Lugansk. Dozzine di carri armati russi, tra cui una divisione fatta arrivare in volo da Pskov, hanno attraversato il confine e, dal 25 agosto, hanno iniziato le manovre.

Gli aerei di Mosca violano quotidianamente lo spazio aereo ucraino nella totale impunità e sorvolano le posizioni ormai circondate delle unità più avanzate dell’esercito di Kiev.

La marina russa sta tentando di aprire un nuovo fronte nell’area del porto strategico della città di Mariupol, sul mar d’Azov, nel sud-est del Paese e lontano dalle zone separatiste, con il fine di serrare le regioni di lingua russa dell’Ucraina orientale con una manovra a tenaglia. Sembrerebbe anche, stando a notizie non ancora confermate, che l’esercito russo abbia stabilito un quartier generale a Pobeda, a 50 chilometri da Donetsk.

In breve, la pantomima separatista è finita e ora potremmo essere diretti verso una nuova realtà: quella della prima vera guerra in Europa degli ultimi decenni. La prima aggressione da parte di uno Stato sovrano contro un altro, che intende ridurre a “Stato vassallo”. In pratica tutto ciò che doveva essere reso impossibile con la costruzione dell’Europa, la sua riunificazione e con la fine della guerra fredda.

Di fronte a una vertiginosa escalation che aumenta di velocità di ora in ora, che cosa dovremmo fare? Misurare pienamente la minaccia, in primo luogo. Dovremmo poi usare le giuste parole per descrivere quella che è a tutti gli effetti un’aggressione contro un Paese europeo e quindi contro l’Europa stessa. Un’aggressione non più fredda, ma che va riscaldandosi, e che un giorno, Dio non voglia, potrebbe diventare calda.

Andare oltre le caute, misurate e diplomaticamente graduali sanzioni, che la Russia ha deriso e che non hanno in alcun modo raffreddato il suo ardore bellicoso. E, soprattutto, dovremmo ascoltare i tre punti formulati dal presidente ucraino Petro Poroshenko.

La ripresa, questo giovedì a Cardiff, del processo di riconciliazione con la Nato, che renderebbe inviolabili i confini del suo Paese.

La consegna delle armi sofisticate, senze le quali l’esercito di Kiev, nonostante il suo coraggio e la sua determinazione, non può sperare di resistere a lungo contro i commandos d’élite infiltrati dal Cremlino, come riconosciuto da un crescente numero di persone (in Europa, dal presidente lituano Dalia Grybauskaite, negli Stati Uniti dai senatori John McCain e Robert Menendez, presidente della commissione Esteri al Senato).

Ultima, ma non meno importante, l’immediata cancellazione degli accordi in base ai quali la Francia ha accettato di vendere alla Russia due navi da guerra Mistral-class (una delle quali porta il nome “Sebastopoli”) che, se consegnate, potrebbero presto puntare i loro cannoni contro Odessa.

Non posso fingere che queste siano decisioni facili da prendere o da realizzare. Non so se il consiglio che ho dato tre settimane fa al presidente francese François Hollande circa il riacquisto dei contratti da parte dell’Unione Europea abbia raggiunto le orecchie di altri leader europei.

So però che il mondo, grazie all’avventurismo del presidente russo Vladimir Putin, è entrato in una di quelle zone ad alta turbolenza dove non esiste più una soluzione perfetta, ma dove siamo invece di fronte a due mali quasi ugualmente spaventosi.

E di una cosa possiamo essere sicuri. Mentre non possiamo sapere con certezza quali sarebbero le conseguenze di una manifestazione di forza, gli effetti della capitolazione sono cristallini. La capitolazione potrebbe:

1) Far progredire l’obiettivo finale delle forze russe di destabilizzare, indebolire e far sgretolare l’Unione Europea.

2) Minacciare, attraverso il contagio, ogni confine che attraversa una comunità linguistica e che adesso qualsiasi agitatore nazionalista può sentirsi autorizzato a dichiarare non valido.

3) Assestare un duro colpo all’ideale europeo già a dir poco indebolito, che potrebbe diventare come un guscio vuoto, un fantasma in cerca della sua ombra scomparsa.

4) Neutralizzare qualsiasi leva che gli Stati Uniti e l’Europa potrebbero avere in qualunque negoziato (Iran, Siria e Corea del Nord, tanto per dirne qualcuno) con il quale la Russia, anche solo per il suo ruolo nel Consiglio di sicurezza, potrebbe essere implicata direttamente o indirettamente.

5) Lasciare l’Ucraina a se stessa facendola sentire ingannata, disincantata e abbandonata. Sentimenti che temo potrebbero venir subito sfruttati da movimenti estremisti come Pravy Sektor che al momento sono piccole minoranze, ma che alzerebbero la testa per contrastare la loro radicale visione nazionalista con l’immagine di un’Europa stanca, contaminata da codardia e da promesse non mantenute.

Quale persona ragionevole auspicherebbe al ritorno di questi spettri? Chi tra noi vuole restare a osservare inerte mentre le speranze di una grande rivolta democratica e pro-europea si congelano a Maidan? Abbiamo bisogno rapidamente, a Parigi o altrove, di un vertice europeo per sostenere il presidente Poroshenko e per difendere la nuova Ucraina.

Bernard-Henri Lévy è uno scrittore e giornalista francese. Il suo articolo è stato pubblicato su La Règle du Jeu.

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