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Partorire sotto le bombe
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Partorire sotto le bombe

Il 64% degli ospedali in Siria è danneggiato. Ad Aleppo sono rimasti solo 36 dottori. Le morti di madri e neonati sono in aumento

02 Set. 2014

Ara è una donna siriana con tre figli. L’ultimo lo ha partorito mentre in Siria imperversava la guerra civile, che va avanti dal marzo del 2011. 

Finora il conflitto in Siria ha causato 170mila morti e tre milioni di profughi, che hanno cercato riparo nei Paesi limitrofi (leggi l’articolo e guarda la mappa). Nel 2012 è scappata di casa con la famiglia per rifugiarsi in Libano.

“Dovevo andare in ospedale, ma non c’era una strada che potevamo percorrere per arrivarci in condizioni di sicurezza, piovevano proiettili dappertutto. Gli uomini sparavano a qualsiasi cosa riuscissero a individuare nel buio della notte e c’erano così tanti posti di blocco che sarebbe stato impossibile passare. Ero terrorizzata a tal punto che pensavo di morire”, ha raccontato.

A riportare la storia di Ara è Save the Children, una rete di associazioni umanitarie volta a salvaguardare la vita di famiglie e bambini in difficoltà, che nel maggio del 2014 ha pubblicato un report sulle condizioni di vita delle madri nel mondo.

“Il parto presentava una complicazione terribile e ancora oggi ringrazio Dio per aver avuto al mio fianco generosi vicini di casa che hanno aiutato un’ostetrica a raggiungermi. Il cordone ombelicale era arrotolato intorno al collo del bambino, ma lei è riuscita a salvare la vita di entrambi”, ha continuato.

Save the Children ha stimato che negli ultimi quattro anni in Siria il 64 per cento degli ospedali pubblici e il 38 per cento dei reparti di pronto soccorso sono stati danneggiati, distrutti o chiusi in seguito agli attacchi alle aree urbane delle grandi città del Paese.

La produzione di medicinali è crollata del 70 per cento e due terzi dei medici hanno lasciato la Siria. Stando a quanto riporta Save the Children, ad Aleppo solamente sono rimasti solo 36 dottori dei 5mila che operavano nel 2010.

Le donne hanno difficoltà ad accedere a tutte le fasi della maternità (prenatale, parto e postnatale) e nella maggioranza dei casi si ritrovano obbligate a mettere al mondo un figlio senza la necessaria assistenza.

Da quando è iniziata la guerra civile, circa 15mila donne che aspiravano a una gravidanza si sono mosse verso la Giordania per fare figli. La distruzione del sistema sanitario siriano ha comportato la fuga dalle proprie abitazioni, soprattutto da parte di chi era già da molto tempo in lista per ricevere le cure necessarie.

“Stavo per partorire e mi sentivo male, ma non c’erano né medici né ospedali. Non era come le altre gravidanze che avevo avuto negli anni passati con i figli precedenti. Ero sempre andata in ospedale, non avevo mai partorito in casa”, ha aggiunto Ara.

Il rapporto di Save the Children afferma che, prima dell’inizio della guerra civile, il 96 per cento dei parti in Siria era gestito da personale altamente qualificato. Anche se a causa della guerra non è possibile avere accesso a dati precisi, gli esperti dell’Onu sospettano che le morti di madri e neonati durante i parti siano adesso in preoccupante aumento, proprio a causa dell’assenza di personale e strutture sanitarie adeguate.

Mancano le ambulanze, è scarso il personale ospedaliero femminile e i blocchi stradali impediscono il raggiungimento delle strutture sanitarie.

La pratica del parto cesareo ha registrato un notevole aumento in Siria. Nel 2011, il 19 per cento delle future mamme siriane optavano per il cesareo, ma ora le cifre sono più che raddoppiate, arrivando al 45 per cento. Il parto cesareo presenta un vantaggio non trascurabile rispetto ai parti naturali: può essere programmato in anticipo.

Addirittura, queste circostanze pericolose potrebbero non essere casuali. Stando a un’intervista rilasciata dal chirurgo britannico David Nott (anche nel video qui sopra), che ha lavorato come volontario in diversi ospedali siriani, i cecchini in Siria stanno giocando a un vero e proprio tiro al bersaglio e le donne in stato di gravidanza sono sulla loro lista.

“La maggior parte dei bambini sono stati tirati fuori dai corpi delle loro madri ferite dopo sette, otto o nove mesi di gestazione. Ciò significa che era palesemente ovvio a chiunque che le donne colpite fossero incinte”, ha spiegato Nott.

Sebbene abbia alle spalle più di 20 anni di volontariato nelle zone di guerra, questa è la prima volta che Nott vede prendere di mira le donne incinte. Il chirurgo ha raccontato che durante un’unica giornata all’interno dell’ospedale dove prestava servizio sono arrivate ben due donne in gravidanza ferite allo stomaco.

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