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Bruciare un figlio

Un ragazzo in Azerbaigian è stato picchiato e cosparso di benzina dai suoi famigliari quando hanno scoperto la sua omosessualità

Immagine di copertina

Malik ha 18 anni, vive in Azerbaigian ed è omosessuale. Lo scorso 12 agosto i genitori hanno ricevuto via mail una sua foto mentre partecipava a un gay pride e hanno deciso di punirlo.

L’hanno picchiato, preso a calci e hanno tentato di dargli fuoco spargendogli della benzina addosso.

Malik, che dopo l’aggressione è scappato di casa, è un nome di fantasia e la sua identità resterà segreta. Ancora non si conosce neanche quella della persona che ha passato gli ultimi due mesi a perseguitarlo su Facebook. La stessa che, dopo averlo minacciato di rivelare quel segreto alla sua famiglia, ha spedito la foto incriminata ai suoi genitori.

A riportare la notizia è stata l’Alleanza LGBT dell’Azerbaigian, organizzazione attiva sul territorio dal 2012. Ora Malik è al sicuro, aggiungono i delegati, ma non possiede più vestiti né documenti per espatriare: li ha lasciati a casa e i suoi genitori li hanno strappati. Si sentirà fuori pericolo solo quando sarà emigrato.

L’Azerbaigian è un Paese laico, secolarizzato, dove essere omosessuale non è illegale dal 2000 e la Costituzione proclama “l’eguaglianza di tutte le persone”. Tuttavia, la maggioranza della popolazione è musulmana e molto conservatrice sul tema dell’omosessualità, soprattutto nelle aree rurali, dove la discriminazione è diffusa. In tutto il Paese non c’è un solo locale gay.

Secondo le associazioni per i diritti LGBT dell’Azerbaigian – ce ne sono quattro, nessuna ufficialmente registrata come ONG – il 90 per cento degli omosessuali è costretto a nascondere la propria identità per tutta la vita. Non è facile denunciare violenze e discriminazioni sul lavoro o in famiglia: la polizia tende a essere più indulgente con gli aggressori omofobi che con le loro vittime.

Il 22 gennaio di quest’anno il ventenne Isa Shakhmarli, leader del Gruppo LGBT liberi dell’Azerbaigian, si è suicidato impiccandosi con una bandiera arcobaleno. “Questo mondo non è abbastanza colorato per me”, aveva lasciato scritto.

La sua morte ha scatenato una valanga di polemiche che il caso di Malik ha riportato alla luce. Da una parte, il suicidio di un loro membro ha portato la comunità LGBT a uscire davvero allo scoperto e a proporre un disegno di legge a protezione delle minoranze sessuali. Gli attivisti chiedono un’educazione più aperta nelle scuole e hanno proclamato il 22 gennaio “giorno dell’orgoglio gay”.

Dall’altra parte, il funerale di Isa Shakhmarli tenutosi pochi giorni dopo la sua morte a Bina, un sobborgo della capitale Baku, si è trasformato in un violento episodio di omofobia. Gli abitanti della zona hanno infatti lanciato pietre sulle auto dei partecipanti: non volevano che il corpo di un omosessuale fosse seppellito nel loro cimitero.

Secondo Amnesty International, oggi l’omosessualità è considerata un reato in 78 Paesi nel mondo. In sette di questi (Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Yemen, negli stati della federazione della Nigeria che applicano la sharia e nelle zone meridionali della Somalia) questa è punita con la pena capitale.