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Assassini colombiani in libertà

In Colombia, il prossimo 15 agosto potrebbero tornare a piede libero 200 paramilitari colpevoli di omicidi e massacri

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José Mendivil Cardenas è stato ammazzato a sangue freddo, come ritorsione per le sue lotte sindacali. Rosalba Acosta e Cenelia De Gómez gestivano una piccola bottega e sono state ammazzate perché si rifiutavano di pagare il pizzo.

Antonio José, invece, è stato ammazzato per errore, forse scambiato per un ribelle. Il mandante dei loro omicidi è stato arrestato e condannato, ma fra qualche settimana potrebbe tornare in libertà.

Édgar Ignacio Fierro Flórez, meglio noto come Don Antonio, nel 2011 è stato dichiarato colpevole di crimini contro l’umanità, compiuti nel nord della Colombia tra il 2003 e il 2006. Per tre anni è stato il comandante di una milizia paramilitare, da cui si congedò volontariamente per alleviare la sua pena.

I capi d’accusa sono 36 massacri, 17 sequestri, 101 omicidi contro civili innocenti, un caso di violenza sessuale e l’espropriazione forzata di case e terreni di oltre 645 persone.

Dal prossimo 15 agosto Don Antonio potrebbe essere uno dei 200 paramilitari che usciranno di prigione, grazie a una legge sulla smobilitazione dei gruppi armati. Otto anni – secondo la legislazione colombiana – sono ritenuti sufficienti per scontare la pena, a prescindere dal numero e la gravità dei crimini commessi.

“Quest’amnistia è un’assurdità del sistema giudiziario: è solo un modo per concedere la libertà agli assassini”, racconta Magda Correo, sorella di un insegnante ucciso da Don Antonio, in un’intervista con il quotidiano El Heraldo. “Sono passati dieci anni da quando mio fratello è stato assassinato: dieci anni di angoscia e sofferenza, dieci anni in cui io e la mia famiglia abbiamo lottato per far luce sulla verità. Continueremo a lottare finché non sarà fatta giustizia”.

Nel 2005 il presidente Álvaro Uribe lanciò il programma di smantellamento delle AUC (Forze unite di autodifesa della Colombia), gruppo armato paramilitare nato negli anni Novanta per “ristabilire l’ordine” e lottare contro i guerriglieri di sinistra delle FARC.

Le AUC furono create con l’appoggio dell’élite politica conservatrice e finanziate da narcotrafficanti, grandi proprietari terrieri, allevatori, compagnie petrolifere e minerarie. L’esercito nazionale – da cui provenivano numerosi membri delle milizie – è stato accusato di delegare ai paramilitari il compito di assassinare contadini, sindacalisti, difensori dei diritti umani e oppositori politici di sinistra.

Con la “Legge di Pace e Giustizia” (Ley 975), Uribe concesse un’amnistia parziale e una riduzione della pena ai paramilitari, a condizione che dimostrassero pubblicamente di essersi pentiti e che s’impegnassero in attività di riparazione per le vittime. Secondo l’Onu, la legge non si è rivelata uno strumento di giustizia, in quanto “quasi tutti gli accusati saranno rilasciati dopo otto anni senza essere nemmeno andati a processo”. La scarcerazione ha inoltre destato forti preoccupazioni tra le associazioni di difesa dei diritti umani e tra coloro che hanno testimoniato durante i processi, che temono pesanti ritorsioni.

Nonostante la smobilitazione, le AUC continuano infatti a operare in molte regioni del Paese, in un clima di totale impunità. Si stima che l’80 per cento degli omicidi politici siano stati eseguiti dai paramilitari. La collusione con le istituzioni rende però estremamente difficile ogni tentativo di far luce sui crimini commessi.

Il ritorno in libertà dei paramilitari potrebbe anche compromettere il delicato processo di pace tra il governo di Juan Manuel Santos e i ribelli delle FARC, in corso a Cuba dal febbraio 2012. Le trattative mirano a porre fine al conflitto armato che va avanti dal 1964 e che finora ha causato la morte di 220mila persone e oltre quattro milioni di profughi. Ma finché le vittime del conflitto non otterranno giustizia, la pace promessa dal presidente Santos rischia di restare una pace incompleta.