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I privati che restaurano i monumenti italiani

Sempre più aziende private decidono di investire nel restauro dei monumenti simbolici italiani

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Se vi è capitato di passeggiare per il centro di Roma avrete probabilmente notato che la fontana di Trevi è in via di ristrutturazione. Vi siete anche chiesti chi sta pagando i lavori? Forse no. La risposta è Fendi, la celebre casa di moda italiana.

Stesso discorso potrebbe farsi per la scalinata di piazza di Spagna, che è in restauro a spese di Bulgari. Per non parlare poi della ben più nota spesa di ristrutturazione da 25 milioni di euro messa in piedi da Diego della Valle per il recupero del Colosseo.

Nell’Italia che cade a pezzi e dove la crescita negli ultimi dieci anni è quasi pari a zero, gli investimenti privati stanno invadendo il mercato del patrimonio storico e culturale italiano.

Il New York Times offre una panoramica sulla situazione del restauro “privato” dei monumenti italiani. Secondo Jim Yardley e Gaia Pianigiani, autori dell’articolo, in Italia sta avvenendo un vero e proprio cambiamento di prospettiva: se negli Stati Uniti la beneficenza e l’intervento dei privati in questo genere di iniziative è cosa comune, in Italia è sempre stato il sistema pubblico a occuparsi della tutela del patrimonio.

Gli interventi privati avvenuti in passato sono poca cosa rispetto a quelli che oggi sono “richiesti a gran voce da molti dei politici italiani di primo piano”. Questo cambiamento di prospettiva non proviene solo dall’attivismo dei politici portati a rivolgersi ai privati a causa della scarsità dei fondi pubblici. Qualcosa sta cambiando anche grazie alla legge recentemente approvata dal ministro Dario Franceschini per la detrazione del 65 per cento delle donazioni alla cultura.

Molte aziende ora stanno proponendo investimenti indirizzati alla cultura, adducendo motivazioni altruistiche. Ferruccio Ferragamo, presidente della Salvatore Ferragamo S.p.A., ha commentato la sua donazione da oltre 700mila euro per restaurare un’ala degli Uffizi di Firenze dicendo che “era giunto il tempo, per noi, di dare qualcosa indietro [alla nostra città, n.d.r.]”.

Non a caso, il sindaco di Roma Ignazio Marino è uno dei politici italiani “più attivo nel chiedere denaro privato” per la riqualificazione del patrimonio culturale. In giugno Marino ha invitato nel suo studio, che ha una vista impressionante sul Foro e il Colosseo, diplomatici e investitori di diversi Paesi.

Marino ritiene che non possa essere solo responsabilità dei romani mantenere i monumenti storici: tutto il mondo è chiamato a partecipare, dato che “larga parte della civiltà occidentale è nata a Roma”. Il conto da pagare presentato da Marino ai potenziali finanziatori ammonta a 270 milioni di euro. I più interessati a investire sembrano essere i sauditi, i quali potrebbero prendersi carico dell’oneroso restauro del mausoleo di Augusto, definito dal sindaco “una ferita aperta nel mezzo della città”.

Non tutti però sembrano contenti di questa svolta, prova ne siano le polemiche sorte per la concessione di alcune sale storiche di Firenze alla banca d’affari Morgan Stanley e per l’affitto del Circo Massimo ai Rolling Stones.

Molti accademici sono contrari a questa commercializzazione della cultura. Uno di questi, il professore di storia dell’arte Tomaso Montanari dell’Università di Napoli, ritiene che in Italia si stia “assistendo a quanto successo nel Regno Unito con Margareth Thatcher e Tony Blair, con una retorica anti-stato e favorevole alle privatizzazioni”.