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Israele, illegittima difesa
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Israele, illegittima difesa

L'opinione di Davide Lerner

15 Lug. 2014

Sono stufo di sentire che la guerra su Gaza è giustificata dal principio di legittima difesa, e quindi ammissibile dal punto di vista della legge internazionale. Questo è falso.

Tanto per cominciare, la reazione dello stato attaccato deve, per essere “legale”, soddisfare i parametri di “necessità”.

“Necessità” vuol dire che l’azione violenta deve essere in grado di eliminare la fonte di pericolo. Ora ditemi voi se, dopo un numero di operazioni su Gaza sufficienti a ricordarci i raid precedenti, possiamo ancora credere che i bombardamenti renderanno impossibile il lancio di razzi dalla striscia.

Inoltre, esiste un principio di proporzionalità riguardo il quale i fatti mi pare parlino da soli. Passando allo ius in bello, inutile ricordare il problema del collaterale, ovvero delle vittime civili.

Per quanto Israele faccia ogni sforzo, e questo gli va riconosciuto, i morti innocenti rimangono troppi. Sebbene la distinzione fra combattenti e civili non sia certo facilmente rispettabile a Gaza, mi sembra Israele ci marci violando anche questo parametro della legge internazionale.

Per dirla in breve, se anche vogliamo chiamare questa guerra un atto di legittima difesa (fatto discutibile vista l’ingiustizia preesistente), sarebbe comunque una illegittima difesa dal punto di vista del diritto. Senza bisogno di scomodarne la disumanità.

Ripercorrendo i fatti ci si rende conto di come il conflitto sia precipitato in un vortice dell’assurdo. Bereshit, cioè “all’inizio”, tre israeliani vengono rapiti vicino a Hebron. L’ipotesi più probabile è che i responsabili facciano parte del clan dei Qawasameh, vicino alla galassia islamista ma non organicamente legato ad Hamas.

Il fattore tribale è decisivo in Cisgiordania. La popolazione è divisa in clan che ricoprono un ruolo prominente nelle dinamiche di potere. I clan si scontrano, stringono alleanze, decidono a chi garantire il sostegno politico, ma i media occidentali non li considerano, perché non rientrano nelle categorie di ragionamento nostrane.
È comprovato che le dinamiche tribali, al momento del voto, impattino maggiormente sulla scelta rispetto a quelle di partito, e che siano fattore determinante nelle dinamiche a livello di società civile.

In modo arbitrario, tuttavia, Bibi Netanyahu decide che i tre sfortunati “sono stati rapiti da Hamas”. Lo decide perché ancora gli brucia l’unità nazionale con Fatah, resa ancora più amara dall’apprezzamento internazionale e soprattutto americano. Comincia una campagna di arresti contro i “bad guys” della Cisgiordania, con il fermo di centinaia di persone che non c’entrano con il rapimento, sulla base della lista nera dello Shabak (il servizio di intelligence israeliano). 

L’esercito israeliano (Idf) colpisce a destra e a manca, mentre nel Paese si sviluppa una campagna per la liberazione dei rapiti nonostante i servizi sappiano già che i ragazzi non verranno ritrovati vivi. Non solo hanno in mano la telefonata di una delle vittime che sussurra “mi hanno rapito”, con tanto di sparatoria nel finale, ma due giorni dopo l’allarme hanno anche ritrovato l’automobile dei terroristi con segni rivelatori di quanto successo.

A Bibi fa comodo però alimentare le speranze, a costo di prendersi gioco delle famiglie, per poter continuare a far quello che vuole in Cisgiordania “per le ricerche dei ragazzi rapiti”.

Nel frattempo nell’Israele di destra spopola l’hashtag am israel doresh nekamà, ovvero “il popolo d’Israele vuole la vendetta”. L’orrore dei tre ragazzi uccisi viene eletto da crimine a fatto politico, come una dichiarazione di guerra. E pochi giorni dopo i riflettori si spostano sull’omicidio del povero ragazzo arabo di Gerusalemme, bruciato.

All’oppressione di stato si aggiungono le barbarie dell’estremismo movimentista illegale. L’isteria collettiva e l’atmosfera infuocata moltiplicano gli atti di violenza. Netanyahu condanna, ma nel frattempo i riflettori cominciano già a spostarsi verso Gaza, dove il lancio di missili qassam si intensifica.

Gli uni si rimettono a parlare di legittima difesa, gli altri sottovalutano la sofferenza dei cittadini israeliani del meridione mentre i razzi arrivano sempre più a nord, fino a Gerusalemme e Tel Aviv.

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