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Avorio insanguinato

Bracconaggio degli elefanti: un indotto da 137 milioni di euro all'anno

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Nel cuore della riserva naturale di Tsavo, nel sudest del Kenya, non passa giorno senza che ci si imbatta nella carcassa di un elefante.

Si stima che ogni anno ne vengano uccisi oltre 20mila con un ricavo che oscilla tra i 120 e i 137 milioni di euro, che si traduce in avorio esportato verso l’Asia. Sono cifre in netto aumento rispetto al passato: dal 2000 al 2013 c’è stato un incremento del traffico internazionale di avorio pari al 20 per cento.

Tsavo Trust, un’organizzazione no-profit per la protezione della biodiversità operante sul territorio, ritiene che la morte dei pachidermi sia opera di “bracconieri, spinti dalla voglia insaziabile di ricavare avorio da rivendere nei Paesi stranieri”.

L’uccisione indiscriminata di specie in via d’estinzione costituisce parte del giro d’affari della criminalità ambientale: un business che frutta ogni anno tra i 51 e i 156 miliardi di euro, come emerge dal rapporto redatto dall’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) e dall’Interpol, pubblicato il 24 giugno.

Secondo questo studio, i ricavi derivanti dai crimini ambientali rappresentano una risorsa fondamentale per numerosi gruppi terroristici, soprattutto nel continente africano. Tra le organizzazioni criminali che sfruttano il bracconaggio come fonte di arricchimento spicca l’attività di Al-Shabaab, affiliata di al-Qaeda, nata in Somalia e responsabile dell’attacco dello scorso anno al Westgate Shopping Mall, in Kenya.

Inoltre, attraverso il commercio illegale di avorio, Al-Shabaab genera guadagni per circa 800 mila euro al mese, il cui 40 per cento viene destinato al pagamento degli stipendi dei suoi militanti, abbastanza per garantire loro una retribuzione pari a circa 94 euro settimanali.

Le reazioni della comunità internazionale per contrastare quello che viene definito “blood ivory” sono state molteplici.

Il Regno Unito ha disposto proprio questo mese l’invio di un contingente militare formato da 25 truppe verso Nanyuki, cittadina distante 160 miglia a nord di Nairobi, la capitale del Kenya, allo scopo di addestrare le guardie forestali locali, coinvolte quotidianamente nella difesa degli elefanti presenti nel territorio keniota.

Duncan Francis, addetto alla difesa operante nella capitale, ha definito l’intervento inglese come “un ottimo esempio di azione propositiva verso una questione vicina ai cuori di così tante persone”; le truppe, tuttavia, non parteciperanno in via diretta alle operazioni contro i bracconieri.

Negli Stati Uniti si è scelto di intervenire adottando una normativa che vieta agli americani di importare ed esportare qualsiasi oggetto che contenga avorio. La legge in questione non intacca la proprietà privata, ma impedisce di fatto le vendite interstatali, nonché quelle nazionali, salvo non si tratti in quest’ultimo caso di antiquariato acquistato in buona fede, o di beni rispetto ai quali il venditore sia in grado di dimostrare l’acquisizione prima del 1990 con riferimento agli elefanti di origine africana, e del 1975 per quelli provenienti dal continente asiatico.

Il perchè di una politica così restrittiva ben si evince dalle parole di Dan Ashe (U.S. Fish and Wildlife Service Director): “Il mercato statunitense sta contribuendo alla crisi che intacca la vita degli elefanti”. Ciò derivava dal fatto che gran parte del commercio interno non era regolamentato rispetto alla vendita dell’avorio, dando vita così a una scappatoia che consentiva in concreto la prosecuzione del traffico illegale.

A Hong Kong, altro polo del mercato nero dell’avorio, la battaglia prende piede nelle scuole, dove gli alunni hanno deciso di combattere contro questo fenomeno attraverso diversi progetti, che vanno dall’invio di lettere e di petizioni, alla creazione di cartoline e biglietti d’auguri, la cui vendita viene devoluta a ONG impegnate nella protezione degli elefanti. L’incontro tra alcuni di questi bambini ha portato alla nascita del gruppo “Elephant Angels” il quale, grazie a una campagna di sensibilizzazione, è stato capace di raccogliere più di 18mila firme a favore della distruzione delle scorte d’avorio.

Dopo tale successo, il governo di Hong Kong ha annunciato la sua decisione di disfarsi del 95 per cento delle quasi 30 tonnellate di riserve d’avorio, programmata per maggio 2015: se ultimata, sarà la più grande percentuale d’avorio mai distrutta.