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L’ultimo nelle mani dei talebani

La liberazione del sergente Bowe Bergdahl in cambio di 5 terroristi detenuti a Guantanamo infiamma il dibattito politico americano

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Solo l’inizio di una lunga storia: controversa, intricata, affascinante. La liberazione del sergente di fanteria Bowe Bergdahl, l’ultimo rimasto nelle mani dei talebani afghani, sta allungando la onda.

Il Congresso americano è infuocato: lo scambio con i 5 terroristi detenuti a Guantanamo è diventato uno dei punti nevralgici del dibattito politico. Obama è “sceso a patti con il terrore”, “ha fissato il prezzo, 1 dei nostri vale 5 dei loro” dicono da giorni i repubblicani (con il rincalzo di qualche democratico), e con il presidente che non intende mollare di un centimetro sulla bontà della decisione.

Benzina sul fuoco, sono le nuove voci su Guantanamo: l’amministrazione Obama avrebbe pronti diversi trasferimenti che sposteranno gran parte dei 149 detenuti rimasti in strutture “più soft”, in vista della chiusura definitiva -– pallino di Obama fin dai tempi della campagna elettorale e luogo di opposizione ferrata dei conservatori. Come non bastasse, arrivano i dati terribili di un’indagine condotta dalla CCN: dei 600 detenuti che hanno lasciato la prigione nella baia cubana dal 2002, 170 sono tornati (o sono sospettati di) ad avere a che fare con attività terroristiche. Le conferme arriverebbero dagli arresti di 27 di questi e dalla morte di altri 17 in circostanze legate al crimine: altri 70 sarebbero fortemente sospettati e ora fuori traccia.

Magma complicato, che aumenta le perplessità sullo scambio; dubbi che si legano comunque anche alla figura del sergente Bergdahl. Mano a mano che passano i giorni, aumentano le notizie (parecchie da confermare) sulla sua storia. Riviste e siti militari chiedono di non chiamarlo “eroe”. Sui social network si diffondono hashtag con accostato al suo nome la parola “traditore”; ad Hailey (la tranquilla cittadina dell’Idaho dove è cresciuto), lo sceriffo e il sindaco hanno deciso di disdire la festa in suo onore, programmata per il 28 giugno, per evitare che potesse diventare il punto di aggregazione per manifestazioni di protesta contro il soldato.

Disertore? Sarà da vedere.

Ancora non è in grado di parlarne: tuttavia chissà se quando starà meglio, non dovrà affrontare addirittura la Corte Marziale. Dai racconti dei commilitoni e dai documenti di un’inchiesta interna (segretata con codice AR15-6, ma su cui molti hanno spifferato dati), sembra che quella del rapimento non fosse la prima volta che abbandonava la base. E poi le voci sulla sua conversione, prima lanciate e poi ritirate dagli stessi talebani, durante i lunghi anni di prigionia.

Intanto il padre ha fatto sapere che «Bowe sta benone»: nell’ospedale di Landstuhl è sottoposto a cure mediche ricostituenti (ha problemi di nutrizione) e analisi psicoattitudinali, e sembra che stia riprendendo a comunicare in inglese – capacità che aveva perso negli anni di prigionia, dove aveva imparato sia il Dari (persiano) sia il Pashtu (lingua della maggioranza pashtun da cui provengono i talebani).

Appena sarà pronto per viaggiare, volerà verso il San Antonio Military Medical Center, che sarà il luogo della sua reintegrazione: lì opera il Personnel Recovery Coordination Cell (PRCC) della joint base di San Antonio-Fort Sam, in Texas. Dalla base fanno sapere che la riabilitazione non avrà timeline: cose lunghe, che comprendono sia il reinserimento del soldato nel “mondo libero”, attraverso debriefing e supporto medico-psicologico. Si parte di solito dalla capacità di ordinare i pasti da un menù,l: sembra banale ma dopo che per anni anni i prigionieri sono stati costretti a mangiare quello che gli viene sottoposto, avere libera scelta su come nutrirsi rappresenta un passo importante verso la piena gestione della propria libertà ritrovata.

Poi si passerà al sostegno alla famiglia, e alla capacità di Bowe di ri-inserirsi in un contesto socio-affettivo.

Nel frattempo, comunque, un squadra del PRCC con uno psichiatra specializzato in SERE (survival, evasion, resistance and escape) è volata in Germania per iniziare i trattamenti prima che sia troppo tardi: Bergdahl è deperito, “non si fida di chi vuole aiutarlo”, ha ferite psicologiche profonde, come prevedibile.

E magari, dai primi colloqui con il team interdisciplinare che lo sta analizzando, potrebbe uscire qualcosa di più sulla sua storia.