Me

Bergoglio come Renzi

C'è un parallelismo tra l'ascesa del primo ministro e la consacrazione del Pontefice argentino

Immagine di copertina

Le recenti canonizzazioni di Papa Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II hanno avuto una eco mondiale tanto tra i fedeli cattolici quanto in generale nella stampa.

Il progetto di messa in onda dell’evento in 3D, grazie anche a SKY, ha messo in ombra il servizio pubblico italianodella RAI e dimostrato – anche su questo frangente – il processo di sprovincializzazione del Vaticano rispetto alle cose italiche.

Un percorso non facile: il legame tra la Santa Sede e l’Italia si basa anche su questioni di ordine teologico ed ecclesiologico. Il Papa è tale perché vescovo di Roma, e naturaliter, il Papa è il Primate della Chiesa d’Italia.

Sin dall’elezione di Giovanni Paolo II, questo legame si è indebolito simbolicamente – un Papa polacco, poi tedesco, ora addirittura argentino dopo secoli di italiani – ma rimane pur sempre intatto nella sostanza.

Tuttavia, i tentativi di Bergoglio di riformare tanto la Curia romana, quanto la CEI, proponendole di eleggersi da sola i propri vertici come fanno in tutti gli altri paesi, stanno incontrando alcune resistenze. Intendiamoci, non parliamo necessariamente di resistenze di tipo corporativistico o di mera conservazione del potere (ci sono, non vi preoccupate), quanto piuttosto un parziale senso di spaesamento per un cambiamento di cui vescovi e monsignori non sentivano l’urgenza.

C’è – mutatis mutandis – una qualche forma di parallelismo (anche grazie alla coincidenza temporale) tra la storia di rinnovamento della Chiesa e quella della politica italiana. La vittoria di un non ex-PCI alla guida del maggior partito della sinistra italiana, e il suo tentativo di portare questa “rivoluzione” all’interno dei palazzi del governo italiano, non appare diversa (se non per la portata e l’importanza naturalmente) rispetto a quella del Pontefice argentino arrivato a Roma e assai poco desideroso di fare la parte del Papa (e di occuparsi di Curia), e molto più interessato a fare il Vescovo, come ha dimostrato fin dalla sua elezione quando ha chiesto ai fedeli che pregassero per lui prima di impartire la benedizione.

Vescovo e popolo”, disse Bergoglio dal loggione in San Pietro. Pura teologia conciliare, quella che per alcuni versi non venne applicata nei decenni precedenti o almeno non nelle sue conseguenze rispetto alla vita della Chiesa. Cosa riuscirà a fare non è dato sapere, ma l’idea di una riforma che cambi il ruolo del Segretario di Stato, accorpi i dicasteri e metta al centro i laici (magari affidandogli il Pontificio consiglio che li riguarda) nel loro essere parte essenziale (maggioranza…) della Chiesa è dirompente. Anche solo dirlo ad alta voce.