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Gigolò per caso

Un moderno manuale di conquista, non un’opera d’arte

Il regista John Turturro presta i suoi occhi espressivi e un fisico niente male al protagonista Fioravante di Gigolò per casoFading Gigolo – sua quinta fatica cinematografica in cui dirige un vispo Woody Allen nei panni di un manager improvvisato del sesso a pagamento.

Fioravante, di origini italiane, tira dignitosamente a campare tra i Boroughs newyorkesi, svolgendo lavori svariati: fa l’elettricista, il fioraio, l’idraulico con pazienza e devozione. L’amico di vecchia data e libraio ebreo Murray – interpretato da Woody Allen – ordisce un piano per far soldi a palate, coinvolgendolo nel “lavoro più antico del mondo”. Fioravante – l’uomo qualsiasi della porta accanto, il vicino riservato e sensibile che ispira fiducia e protezione – diviene l’esca per attrarre donne mature in cerca di avventure sessuali. La tresca ha inizio con la compiacenza di Murray e il piano inizia a fruttare ai due bigliettoni fruscianti. Arrivano numerose le telefonate di donne affascinanti e frustrate da mariti lontani e assenti, mangiatrici di uomini che impazziscono per quell’aria semplice e candidamente saggia di Turturro che sembra eccellere nel far vibrare le corde più profonde del loro animo e del loro corpo. L’escamotage va a gonfie vele. Appartamenti dal design sofisticato in cui si gioca all’arte della seduzione, con lezioni passionali di tango, massaggi balsamici e sguardi magnetici sono il palcoscenico di una commedia ovattata che indaga i confini del sentimento e del desiderio femminili.

Non è solo sesso. Le belle signore di Park Avenue – Sharon Stone, Sofía Vergara – sfuggono alla noia e a una grigia solitudine, entrando in contatto con un animo gentile tuttofare che offre loro un po’ di emozione e attenzioni ormai chiuse a chiave in un cassetto. Nessun sentimento in ballo, solo bisogno di cure e di qualcuno in grado di valorizzarle e ascoltarle profondamente. Il modesto Fioravante – la cui manualità ne eleva all’ennesima potenza il sex appeal – diviene il gingillo sessuale preferito di bellissime e inarrivabili signore. Fioravante osserva e sprofonda in rapporti con donne diverse, che – in un magico abbandono – gli confessano in esclusiva inimmaginabili segreti, misteri, ferite. Egli esplora così un universo di fantasie, desideri, bisogni, verità sulla propria sessualità e la propria vita.

Entra in scena Avigal – Vanessa Paradis – infelice vedova ortodossa di un Rabbino e madre di sei figli, che – dopo la morte del marito – vive segregata dentro i dogmi e i dettami della religione ebraica. Avigal vive nella privazione e un intenso massaggio da parte di Fioravante la fa scoppiare in lacrime, perché “non era mai stata toccata da un uomo”. Il protagonista risveglia il suo essere donna attraverso sensazioni corporee e così come le sue mani sicure recidono i gambi dei fiori nell’acqua per farne mazzi brillanti, egli recide allo stesso modo insicurezze e timori in cambio di un contatto autentico – superficiale e paradossalmente profondo – con la sua anima. Ma il lucroso affair appare intaccato dallo sbocciare di un sentimento platonico tra i due, tutto giocato – fin troppo – su parole, sguardi, carezze e sorrisi e dall’ostilità della comunità chassidica e di Dovi, ebreo innamorato di Avigal. La comunità ebraica sottopone l’ebreo Murray e la giovane vedova a un processo bigotto che palesa tutta l’ottusità e la chiusura di un dogma religioso che non ha nulla di veramente sacro e che rema sotterraneamente contro la libertà femminile.

Il film delude. Infinita la spiegazione di come si pulisce e serve il pesce durante la cena galante tra Avigal e Fioravante, diluita in eros sublimato e spossanti, languidi sguardi. Murray e l’amico Fioravante sembrano in ultimo prendere gusto nel monetizzare a suon di flirts e adescamenti, sfruttando il potenziale di un “lavoro” che rimane alquanto squallido. Difficile identificarsi con le pulsioni di una dea, una suora e una Circe super-sexy. Manca la donna qualunque, reale e la figura femminile ricade inevitabilmente nello stereotipo, a vantaggio dell’uomo comune. L’ “homo habilis” vince senza dubbio e l’unico suo contraltare sembra essere l’energica moglie nera di Murray che comanda a bacchetta il marito. Altro stereotipo. Touché. La storia rimane sospesa. Impossibile trarne una morale definitiva. Il trailer sembra aver selezionato tutte le scene più divertenti e la presenza animante di Woody Allen – perennemente circondato da una simpatica combriccola di piccole pesti – fa sorgere il sospetto che sia proprio lui l’esca per attrarre pubblico in sala. Ci si ritrova spettatori per caso di un film delicato, ma a tratti noioso e banale. Un film opaco senza velleità, né particolare originalità.

Belle le musiche di Abraham Laboriel e Bill Maxwell e le inquadrature in cui prendono forma le composizioni floreali, interessanti gli spunti contro la miope ortodossia dell’ebraismo e la leggiadra esplorazione nei meandri del desiderio femminile, ma il film – al di là di questo – non ha verve. Turturro ha scritto la sua ars amatoria, un moderno manuale (semi-serio) di conquista, non un’opera d’arte.

 

di Rosalinda Occhipinti