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Nymphomaniac Vol 2

La perversione e l'autodistruzione come il baluardo della liberazione femminile

Stacy Martin a poco a poco lascia il posto alla grande Charlotte Gainsbourg. Se nel primo volume aleggiava il sospetto, nel secondo assurge a fondamento: Jerome (Shia LaBeouf) è il perno intorno al quale ruota l’intero film.

Chi aveva accusato Lars Von Trier di misoginia, sarà qui portato a ricredersi. Dopo aver visto il Vol. 1 si potrebbe incappare nell’errore di credere che il modello femmineo qui rappresentato, io stessa inizialmente mi sono lasciata ingannare, fosse dello steso genere della donna-natura-strega di Antichrist. Nulla di più falso. Tutta la perversione e l’autodistruzione di Joe è in realtà baluardo della liberazione femminile. Joe non fa sesso per compiacere, né per farsi accettare, né per raggiungere posizioni sociali di rilievo. Liberatorio e mozzafiato, a tal proposito, il monologo durante il gruppo di psicoterapia. La sua sessualità è sbagliata, deviata, indubbiamente fuori legge, e la conduce poco per volta al più totale isolamento. Eppure questa fame di corpi, che sembra manifestarsi sin dalla prima adolescenza, è in realtà una forma di lotta.Lotta contro le convenzioni sociali, contro l’ipocrisia del mondo borghese e la pochezza meccanicistica della sessualità maschile.

Jerome è l’uomo che ha sverginato Joe. Abbiamo tutti sorriso di fronte all’interpretazione matematica, secondo la visione di Seligman (Stellan Skarsgård), che cita la sequenza di Fibonacci in relazione al numero 3 più 5, numero dei colpi di bacino con cui tale sverginamento avviene nel Vol. 1 Jerome è l’unico uomo con cui rifiuta di far sesso, nel momento in cui lo ritrova come capo ufficio. Jerome è l’ossessione che la perseguita per anni. L’uomo che ritrova e che sposa. L’uomo con cui non riesce a provare orgasmi.

Il Vol. 2 inizia proprio là dove si era interrotto l’1, ovvero con l’immagine di Joe e Jerome avvolti in un disperato amplesso in cui lei non prova nulla. Subito dopo ci riporta indietro, all’età dei suoi 12 anni, quando in un parco Joe prova qualcosa che lei definisce un orgasmo spontaneo e qualcun altro aveva definito crisi epilettica, sollevandosi dal suolo in una sorta di sospensione mistica, le appaiono, in una visione, due figure, una delle quali lei scambia per la Vergine Maria, e poi Seligman le spiega che si tratta, invece, della più celebre ninfomane della storia, e l’altra è una celebre figura demoniaca femminile. Altre colte citazioni intercorrono nel dialogo tra Joe e Seligman dal nodo di Prusik, in relazione ai sadici trattamenti di K., al bambino come perverso polimorfo in Freud, dallo scisma tra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente, ai paradossi di Zenone. Difatti Seligman spiega l’insensibilità erotica di Joe, in relazione alla sua costante ipereccitazione, mediante l’argomento contro il movimento utilizzato dal filosofo parmenideo, secondo cui nulla si muove. Nella fattispecie: se il pie’ veloce Achille venisse sfidato da una tartaruga nella corsa e concedesse alla tartaruga un piede di vantaggio, egli non riuscirebbe mai a raggiungerla, dato che Achille dovrebbe prima raggiungere la posizione occupata precedentemente dalla tartaruga che, nel frattempo, sarà avanzata raggiungendo una nuova posizione che la farà essere ancora in vantaggio; quando poi Achille raggiungerà quella posizione nuovamente la tartaruga sarà avanzata precedendolo ancora. In questo caso, dunque, Jerome è la tartaruga e Joe Achille. Jerome rappresenta la chiave della perversione di Joe. Come se la straziante ossessione per lui venga posta così al di sopra da non riuscire a trovare collocazione nella sfera del corpo. In questo Joe incarna un ideale romantico e maledetto di amore impossibile, tanto da condurla a fuggire dall’oggetto del proprio dilaniante trasporto, provocando un’ulteriore crepa nel proprio, già labile, equilibrio psichico.

Momento struggente è l’incontro con P. (Mia Goth). Sembrerebbe l’unico, tra l’altro, in cui finalmente la freddezza matematica viene sciolta da un istinto quasi materno, smentito però dal tema cinico e nichilista fondante. Di fatti l’ultima scena del suo racconto, di cui non voglio anticipare nulla, parla da sé, lasciandoci una sensazione di disgusto per Jerome, l’uomo, incapace di colmare quella fame bestiale di lei, quel vuoto, quella richiesta disperata di verità, e, nonostante tutto, un’immagine d’innocenza per Joe . La scena finale tra Joe e Seligman, poi, anche in questo caso non faccio spoiler, non è altro che un’ulteriore dimostrazione di questa tesi. Là dove l’uomo, il maschile, il diurno, la ragione, ciò che è consentito, legale, politically correct, rappresenta la parte debole e anche un po’ inutile, ipocrita, del mondo, mentre la donna, il femmineo, il notturno, l’istinto, il perturbante, l’immorale e illegale, rappresenta la potenza lirica ed emozionale, l’essere sotteso che domina, il caos primordiale, il divino.

In fondo Joe è un supereroe al contrario. La potenza di Trier, come di tutti i grandi artisti di ogni tempo, è quella di rendere vero l’inverosimile. Il percorso di Joe e il modo in cui è costruito e montato il film ricordano molto Kill Bill: in entrambi i casi abbiamo due figure femminili inverosimili, improbabili, in un certo senso divine. Beatrix e Joe sono due supereroi e nonostante questo, e forse proprio per questo, si fanno amare nonostante tutta la loro carica distruttiva poiché contiene, a suo modo, qualcosa di sacro.

 

di Ilaria Palomba