Me

Yves Saint Laurent

Cerco di esprimermi e se me lo si impedisce, credo che ne morirò

L’attore parigino e figlio d’arte, Jalil Lespert, ha diretto il suo primo film sulla vita del noto couturier francese Yves Saint Laurent, uscito in Italia con Lucky red e presentato il 7 febbraio al Festival di Berlino.

La comune origine algerina di Lespert e Saint Laurent – nato ad Oran nel ‘36 – ha spinto il cineasta trentottenne ad intessere in filigrana un biopic meravigliosamente riuscito e affascinante, che ripercorre con passione la carriera, i sacrifici e il successo di un dio ineguagliato dell’alta moda del XX secolo.

Parigi, 1957. Viene a mancare il grande stilista francese Christian Dior, con il quale il promettente Yves Henri Donat Mathieu Saint Laurent (interpretato da un bravissimo e languido Pierre Niney) – non ancora maggiorenne – si era formato, carpendo i segreti del mestiere sartoriale in grado di precorrere i tempi e di trasformare stili e società. Poco più che ventenne, il bellissimo Saint Laurent è nominato suo successore al trono e diviene responsabile del celebre atelier Dior. La conferenza stampa inquadra una personalità poliedrica e brillante: timido e introverso, modesto e insicuro da un lato, l’enfant prodige era anche un talentuoso e raffinato artista, dotato di una grinta politically incorrect e un’ispirazione anticonformista che sfidava le convenzioni dell’epoca e che esprimeva con sicurezza di gesto, disegnando infiniti figurini e creando abiti chic e innovativi. Ma una profonda crisi lo affliggerà di lì a poco. Con la famiglia trasferita ad Algeri a causa della guerra franco-prussiana, Saint Laurent è chiamato alle armi nella Guerra d’Algeria, ma si rifiuta di combattere e finisce in una clinica psichiatrica dove gli è diagnosticato un disturbo maniacale-depressivo. Dopo essere stato licenziato e aver subito dalla stampa accuse di carattere socio-politico, nel ‘62 resuscita per mettersi in proprio, dichiarando con le parole di Rilke : “Cerco di esprimermi e se me lo si impedisce, credo che ne morirò”.

Il film si focalizza sull’ambigua amicizia con la modella e musa prediletta Victoire Doutreleau (Charlotte Le Bon) e sulla relazione che il giovane stilista intrattenne con l’industriale francese Pierre Bergé (Guillaume Gaillenne), suo socio d’affari e compagno di vita che lo sostenne sempre. Con Pierre Bergé, fondò la maison d’haute couture e il mitico brand “Yves Saint Laurent” – abbreviato in YSL -, che negli anni Sessanta e Settanta godrà di un prestigio senza precedenti. Collezioni mozzafiato con influssi etnici e artistici di un’originalità, eleganza e adattabilità senza pari promuovono un’arte prêt-à-porter tutta da indossare. Scrosciano copiosi gli applausi alla prima sfilata YSL il 29 gennaio del ’62, con preziosi bijoux, abiti dai nomi ironici come “Zuzù” e “Bobby”, stoffe pregiatissime dalle forme rivoluzionarie che calzano a pennello sul nuovo spirito del tempo.

Amante di Proust e dell’arte, Saint Laurent trasferì nel cosmo patinato della moda le suggestive forme dei quadri di Mondrian con la “linea trapezio”, di Warhol, Matisse, Braque, Daivd Hockney, confezionando abiti rivoluzionari che cingevano i corpi slanciati d’impassibili mannequins. Convinto che la moda dovesse trarre linfa dalla realtà e imprimersi nell’immaginario e nell’esperienza di tutti, Saint Laurent ha ridisegnato le forme del vestire e del vivere della modernità e gli stessi concetti di femminilità e mascolinità, vestendo le sue modelle con abiti tipicamente maschili come lo smoking, il tailleur-pantalone, il blazer, la sahariana. La donna diverrà, come recita il film, la vera minaccia per l’uomo, valorizzata nel suo potere di dominio e di emancipazione sessuale, non più preda ma sensuale e sfrontata cacciatrice, in un irriverente scambio di ruoli.

Il film, che fa uso di set e ambienti reali, ricostruisce i soggiorni di Bergé e Saint Laurent nella loro villa da mille e una notte nel “Jardin de Majorelle” a Marrakech, nei suoi colori minerali e nelle sue splendide geometrie, le serate inebrianti e i tradimenti orgiastici di una coppia ribelle e aperta, ma profondamente innamorata. Il film fotografa gli alti e i bassi, l’assunzione di droga e il decadimento psico-fisico di un artista sregolato che era entrato nelle grazie e nelle fauci del successo. Ad una delle ultime sfilate, una luminosa e impassibile modella-vestale – cinta di alloro dorato – lo accoglierà al termine della passerella, come per accompagnarlo in un premonitore avanzamento verso la morte. Saint Laurent morì settantaduenne nell’aprile del 2008 per un tumore al cervello.

“Quando muoiono grandi artisti, il mondo è più solo”, sembra suggerire il film nella scena finale con la scrivania vuota dove lo stilista era solito disegnare. Il film è un viaggio seducente nelle maglie di una psiche in continua elaborazione creativa e inoltra gli spettatori in un ricco caleidoscopio visivo e sonoro, attraverso una straordinaria cura scenografica e una pazzesca fotografia. Un arazzo degno del grande Yves Saint Laurent che ha commosso Bergé, che non ricade nel gossip e che rilancia la memoria di un artista dall’inesauribile talento, trasmettendo l’infinita nostalgia per un proustiano “tempo perduto”.

 

di Rosalinda Occhipinti