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Il Canada e i diritti ambientali
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Il Canada e i diritti ambientali

Il ritiro dal protocollo di Kyoto, le crescenti emissioni inquinanti. Il Canada è "la Corea del Nord dei diritti ambientali"

30 Mar. 2014

Il Colossal Fossil non è esattamente un premio tra i più ambiti: viene insignito il Paese che peggio si è distinto nella lotta al cambiamento climatico.

Nel 2012, ultimo anno preso in esame, il Canada ha condiviso il riconoscimento con la Nuova Zelanda. Poco male, sono cinque anni di fila al top della classifica stilata da Climate Action Network, la coalizione di 850 ong ambientaliste che assegna il rating verde.

Il ritiro nel 2011 dal Protocollo di Kyoto – il Canada è stato il primo Paese al mondo a uscire dal trattato – è la pietra miliare con cui il governo federale ha fatto valere la propria idea delle politiche ambientali nell’arena internazionale.

A conferma della direzione intrapresa, recentemente è seguito l’abbandono della Convenzione delle Nazioni Unite sulla desertificazione.

Il Canada dispone di riserve naturali in quantità ingenti: il Great White North è il secondo produttore mondiale di uranio e potassio, e il terzo di gas naturale. Inoltre, la provincia dell’Alberta da sola ha riserve petrolifere seconde solo ad Arabia Saudita e Venezuela.

Il punto significativo è quest’ultimo. Il greggio canadese è di natura “non convenzionale”, un misto di sabbia, argilla o altri minerali, acqua e bitumine tale da renderlo altamente vischioso. Per questo richiede metodi di estrazione invasivi e inquinanti.

La produzione di petrolio da sabbie bituminose comporta emissioni di gas serra del 22 per cento superiori a quelle per il petrolio convenzionale. Allo stato attuale vengono estratti 1,7 milioni di barili al giorno.

Se fosse uno Stato indipendente, l’Alberta sarebbe il primo responsabile di emissioni di gas serra pro capite a livello mondiale.

Peraltro, il bitumine è “energia spazzatura”. Un editoriale del New York Times ha osservato che un “joule, o unità di energia, investita nell’estrarre e trattare bitumine genera da quattro o sei joule nella forma di petrolio”. Per converso, “la produzione convenzionale di petrolio ricava fino a 15 joule”.

Climatologi ed economisti hanno reiteratamente avvertito dei rischi connessi all’espansione delle sabbie bituminose. I conservatori al governo li hanno ignorati.

Alti prezzi del greggio, crescente domanda nei Paesi emergenti, riduzione dei costi d’estrazione connessi all’innovazione tecnologica, oltre alla citata abbondanza, li hanno convinti che le “tar sands” sono “il più grande tesoro nascosto del Canada”.

Coerentemente le politiche conservatrici, sin dall’insediamento del primo governo di minoranza nel 2006 e più rigorosamente dopo la formazione di un governo di maggioranza nel 2011, hanno seguito un copione predefinito: spianare la strada al settore per superare i cinque milioni di barili quotidiani nel 2030.

Una tappa del processo è rafforzare i canali di trasporto per i mercati sensibili, principalmente Stati Uniti e Asia. Per i primi Harper ha promosso la realizzazione dell’oleodotto Keystone XL, destinato nelle intenzioni a trasferire greggio dall’Alberta alle raffinerie texane.

Sul fronte asiatico, particolarmente cinese, i conservatori si sono attivati per l’Enbridge Northern Gatheway, il cui terminale è previsto nel nord della provincia canadese più occidentale, la British Columbia.

Il depotenziamento della legislazione ambientale è un altro passaggio. Dai primi anni Novanta il Canada dispone di un’ampia legge-quadro, il Canadian Environmental Assessment Act, che disciplina tutti gli aspetti legati alle valutazioni d’impatto ambientale.

Nel 2012, il Parlamento l’ha allegerita riducendo da 40 a tre il numero di dipartimenti e agenzie incaricati delle revisioni ambientali. Nel frattempo, con i cambiamenti al National Energy Board Act, si sono assegnati maggiori poteri al governo per bypassare le agenzia indipendenti.

Gruppi ecologisti, climatologi e studiosi di tematiche ambientali non sono nelle grazie del governo federale. Mentre le sabbie bituminose sono state ripetutamente apprezzate come un’alternativa “etica” al petrolio delle dittature mediorientali, il governo federale ha accusato gli oppositori dei previsti oleodotti come “radicali” e asserviti a interessi stranieri. 

Agli scienziati dei dipartimenti ambientali è andata peggio: quelli le cui ricerche sono finanziate dallo Stato possono a malapena interagire con i media, e la rivista Nature ha accusato il governo federale di imbavagliare la scienza.

I conservatori canadesi hanno irrigidito i protocolli che disciplinano i rapporti tra media e scienziati federali. In aggiunta, ci sono i ritardi: le interviste non sono formalmente negate, ma i rinvii sono tali da sforare abbondantemente le deadline della stampa.

Alcune storie sono esemplari. Nel 2010 al geologo del Ministero delle Risorse Naturali Scott Dallimore è stata negata l’autorizzazione per un’intervista su un’inondazione che avrebbe colpito il Canada 13 mila anni fa.

Mentre nella “International Polar Year conference” ufficiali governativi hanno accompagnato, monitorato e registrato le interviste dei ricercatori di Environment Canada.

L’approccio è risultato vincente: dall’inizio della lunga stagione Harper, la ricerca sul cambiamento climatico ha perso l’80 per cento dello spazio sui media nazionali. Per la leader dei Verdi canadesi, Elizabeth May, il Canada e’ la “Corea del Nord del diritto ambientale”.

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