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Bambina Mia
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Bambina Mia

Il romanzo di Tupelo Hassman ci porta nelle strade polverose del Nevada

28 Mar. 2014

«Entriamo nella serra e nonna indica sopra la nostra testa. […] Da un’estremità all’altra del telaio è stata fissata una rete metallica […]. Le piante più piccole sono riuscite in qualche modo a insinuare le loro radici nei buchini della rete e hanno attecchito nell’aria. Si aggrappano al sottile metallo, ne prendono nutrimento, e crescono dritte verso il cielo, come se il terreno fosse solo una leggenda a cui non credere».

Tre generazioni di donne Hendrix: nonna, madre, figlia; Shirley, Johanna, Rory. Un non-luogo: la Calle de las Flores, poco più (o poco meno) di un polveroso parcheggio per roulotte alla periferia di Reno, Nevada. E poi gli uomini: non hanno nomi di persona, ma nomi di cose, perlopiù. Si chiamano il Proprietario del ferramenta, il Signore con la valigetta, il Gelataio… Che siano gentili, mediocri o violenti, che abbiano nomi in carne e ossa o meno, abbandonano la vita delle Hendrix lasciando vetri rotti o fiori di carta. Lasciando comunque ricordi, a volte storditi come il risveglio da un incubo (o da una sbronza). Altre buoni, come quando il tuo papà, un uomo cordiale e barbuto, si divertiva a far rotolare le cipolle sul pavimento di casa.

Questi sono i personaggi principali di “Bambina mia”, primo romanzo della scrittrice americana Tupelo Hassman, la cui stesura si è protratta per oltre dieci anni. In Italia è stato pubblicato dalla casa editrice 66thand2nd.

L’autrice (classe 1973) – prima scrittrice americana ad aver vinto il London’s Literary Death Match – ha vissuto a Reno tra i 4 e i 12 anni, ed è forse questo dettaglio biografico a giustificare una narrazione così vivida, tangibile e avvolgente tanto per un lettore d’oltreoceano, che vive lontanissimo dalle strade polverose di Reno e della Calle, quanto per un lettore delle strette vicinanze, che ha magari calpestato quelle strade, quella polvere.

Il romanzo della Hassman è delizioso, incantevole, lacerante. Con una scrittura “ancheggiante” – parola del New York Times – e scorrevole come un fiume che conosce bene anse e depressioni del suo letto, decortica il mito del sogno americano, riducendolo a un mucchio di cenere dopo un incendio; a rapporti di assistenti sociali puntuali quanto ciechi, disinteressati; a pagine di diario scritte e poi cancellate con spessi e decisi tratti neri. Neri come il buio che si nasconde negli anfratti delle case mobili, nei bagni luridi dei pub di sub-periferia, dove muore l’infanzia e nasce la vergogna. La solitudine. Il silenzio.

Il tempo dell’azione si incastra tra gli anni Settanta e Ottanta, con qualche tuffo nei Sessanta. Chi racconta, pagina dopo pagina, è sempre Rory Dawn Hendrix: consapevole, brillante, ironica è la figlia femmina tanto attesa da Johanna, che aveva già messo al mondo quattro maschi (Winston, Eugene, Ronald e Robert); figure di passaggio nella vita della sorellina che, per salvarsi dall’amore distratto di una mamma troppo giovane per essere madre, avevano dovuto allontanarsi da lei. Da loro. Anche il padre di Rory a un certo punto non c’era stato più: non le aveva proprio abbandonate, semplicemente, quando avevano deciso di trasferirsi a Reno dalla nonna, non le aveva seguite.

A fare da sfondo a queste storie sospese, delle Hendrix e di tutti, c’è la Calle de las Flores: una promessa di bellezza e benessere mai mantenuta. Qui la desolazione scandisce le ore del giorno e della notte, insieme alla violenza che «rimane dentro le mura domestiche, perché la paura di essere buttati fuori da un bar della Calle è uno dei più importanti incentivi all’autocontrollo». Si avvicendano solitudine, soprusi, sbronze. E non necessariamente in quest’ordine.

Tuttavia, Rory può avere un altro destino: è intelligente, anche se cerca di farlo capire il meno possibile. Legge tanti libri per rifugiarsi altrove, ovunque tranne che lì. È la migliore della sua classe nello spelling, e si nasconde proprio nella compitazione per non ascoltare la voce roca del Proprietario del ferramenta che, mentre la molesta, le ripete quanto sia brava: «B-R-A-V-A».

È nel Manuale delle girl scout, preso in prestito dalla biblioteca della sua scuola elementare, che spera di trovare gli insegnamenti utili per andare via dalla Calle, per sopravvivere lontano. Per spezzare quella catena fatta di maltrattamenti, uomini sbagliati e sussidi statali spesi in alcool e nei casinò che, a partire dalla nonna Shirley, tiene inchiodate a terra le donne Hendrix.

Rory può aspirare alla salvezza, a vedere l’alba oltre la notte. Lei è come quelle piante nella serra, che crescono verso l’alto, verso il cielo, “come se il terreno fosse solo una leggenda a cui non credere”. La Calle è un destino a cui non credere, da lasciare che vada in fumo alle proprie spalle, parola di girl scout.

«Tu sei il mio paradiso e il mio fiore dell’inferno, bambina mia, ma crescerai nonostante tutto», parola di mamma.

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