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Il vizio di Istanbul
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Il vizio di Istanbul

Memoria e futuro di un'ecumenopoli

20 Mar. 2014

Ma vi sembra possibile immaginare il mondo senza Istanbul? Scorretene la storia, se volete: la chiamavano Bisanzio, quindi Costantinopoli (con un certo sentimento revanscista, i greci lo fanno ancora); o semplicemente “Polis”, la Città per antonomasia. E poi provate a non innamorarvene, se la visitate. O a non restare sedotti anche solo dall’idea, prima pure di prenotare il biglietto.

A me è successo così: quando nel 2005 ci ho messo piede per la prima volta, senza conoscere quasi nulla, mi sentivo già rapito. Non sapevo che ci avrei vissuto per anni, né che ci sarei tornato tante volte, come attirato da una sorta di destino (kısmet, dicono i molti turchi che ci credono). Perché dopo che ci sei stato, da Istanbul non te ne vai mai veramente. Anche chi si allontana, fiaccato magari dai ritmi ossessivi di un tamburo umano (e di macchine) che non smette mai di rimbombare, vi resta legato. È una sensazione strana che ho trovato in tante persone, donne e uomini di culture diverse che condividono questa deliziosa dipendenza: il vizio di Istanbul.

Non sempre è superfluo ricordare che non è la capitale della Turchia. E pour cause, visto che i fondatori della moderna Repubblica nel 1923 vollero far coincidere il centro politico e amministrativo con quello geografico di Ankara, sottraendosi all’eredità dell’impero ottomano. Così oggi Istanbul sta alla Turchia come New York agli Stati Uniti: i palazzi della politica sono altrove, ma la politica non può prescinderne. Per non parlare degli affari, della cultura, delle tendenze. E del divertimento.

Ancora alla fine degli anni Cinquanta, la popolazione era intorno al milione. Mezzo secolo dopo, nessuno si illude che le cifre ufficiali dell’ultimo censimento del 2011, ferme a 13 e mezzo, offrano la fotografia accurata di una realtà sfuggente. Il problema non sta tanto della densità abitativa – in linea con gli standard di altre capitali europee – ma piuttosto nell’estensione della città. Se dovesse capitarvi di visitare la Turchia in autobus (mezzo molto usato per i collegamenti interni da un popolo piuttosto mobile), ve ne accorgereste: distratti da un paesaggio suburbano di orrende colate di cemento e terreni desolati, dopo un paio d’ore vi renderete conto di non esservi lasciati alle spalle il cartello Istanbul.

I progetti futuri non sembrano virare troppo verso la sostenibilità. Spinti dal boom di un’edilizia che attrae appetiti di investitori e dà fiato all’ottimismo macroeconomico, gli amministratori non sembrano intenzionati a fermare la “furia costruttiva”. Basta citare il «folle progetto» del premier Tayyip Erdoğan – il copyright della definizione gli appartiene – che per decongestionare il trafficatissimo stretto del Bosforo punta alla creazione di un canale artificiale nella parte europea della città, intorno a cui dovrebbero sorgere due nuovi insediamenti da un milione di persone ciascuno.

Ecco cosa sta diventando Istanbul: un’ecumenopoli, nella brillante descrizione di un recente documentario (“Ekümenopolis: la città senza limiti”, di Imre Azem). Un’area urbana di cui si smarriscono i confini, intaccando il senso di comunità e la qualità della vita. Tra 15 anni, sarà la casa di oltre 23 milioni di persone. Già oggi, però, migliaia di bambini che lavorano (sic!) nelle periferie povere della città non hanno mai visto il Bosforo: per chi esiste davvero la meravigliosa Istanbul?

Qualche anno fa il Comune calcolava che gli spazi verdi fossero limitati a 6,4 metri quadrati per ogni cittadino. Per capirci: metropoli con una densità abitativa ben più alta come Londra e New York sfiorano i 30. Certo, sono molti i progetti per rinnovare e mettere in sicurezza interi quartieri dal punto di vista sismico. Ma tra la gente resta la preoccupata attesa per il büyük deprem, il grande terremoto che secondo gli studiosi dovrebbe scuotere alle fondamenta la città (dopo quello disastroso che nel 1999 fece 17mila morti): dove sono gli spazi non edificati in cui rifugiarsi?

Anche se l’avete visitata di recente, vi conviene insomma pensare a un ritorno tra qualche anno. Magari nel 2020, quando – come per una volta è legittimo sperare – potrebbe essere la città (prima di un Paese musulmano) che ospiterà le Olimpiadi. La troverete certamente molto diversa: la speranza è che non lo sia troppo.

È questo il senso di “Lost in Istanbul”: l’ambizione ardita e appassionante di raccontare la città come è oggi, e come diventerà. Senza indulgere alla retorica, ma senza smettere di cercarne le tradizioni e la storia che la rendono quella che è: l’unica metropoli su due continenti oggi e l’unica ad essere state capitale di tre grandi imperi in passato: la Città.

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