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La città di Gazprom

Vi portiamo a Novyj Urengoy. Che vive in funzione di Gazprom. Dove il gas è l'unico motore della vita

Immagine di copertina

Non è segnata sulle cartine geografiche ed è raggiungibile solo in aereo su invito della principale compagnia petrolifera russa, Gazprom.

La vista della città è surreale. Spicca nel bel mezzo di una distesa bianca con i suoi negozi dalle insegne luminose e gli instancabili spazzaneve marcati Gazprom parcheggiati ai lati della strada.

Le macchine incedono lente. Gli hotel sono pochi, d’altronde non c’è turismo in questa “città chiusa”. La Gazprom non organizza tour.

È Novyj Urengoj, la città sorta dai ghiacci della tundra siberiana a un centinaio di chilometri dal circolo polare artico. La temperatura va dai meno 70 nei giorni più estremi ai 26 durante la breve estate. La luce del sole illumina il paesaggio per poche ore al giorno. Una luce spesso fioca per la foschia che rende il paesaggio circostante impalpabile.

Una città da cartolina. Le strade innevate 253 giorni l’anno, i caseggiati mantengono lo stile architettonico squadrato di stampo sovietico, ma con quella punta di modernità che contraddistingue lo stile della Gazprom da quando arrivò qui, negli anni settanta. Palazzi che ospitano gli operai e i tecnici scelti Gazprom, che vivono in case Gazprom e che comprano l’arredamento da negozi marchio Gazprom.

A pochi chilometri più a nord dalle luci delle città, si accendono i fuochi di uno dei più grandi giacimenti di gas naturale del mondo. È nascosto sotto una spessa crosta di ghiaccio, a 400 metri di profondità e spalmato su tre strati di terreno. I russi la chiamano “la torta di Napoleone”, il nome russo del dolce millefoglie.

Da qui si dipartono migliaia di tubi che si intrecciano a rete per poi allungarsi ed estenderesti nella steppa per cinquemila chilometri. Fornendo gas e calore a milioni di case, uffici, aziende in tutta la Russia e l’Europa.

Trent’anni fa Novij Urengoi non esisteva. Sulle mappe c’erano disegnati solo fiumi e grandi laghi. Qui vivevano i Nenets, i nomadi indigeni. Sono ancora qui, non più di qualche migliaio. Vivono ancora come allora di caccia, dormendo sotto tende di pellame.

Nelle teche del grande Museo cittadino del Gas è raccontata la leggenda della città. Marchio Gazprom, naturalmente.

Secondo la leggenda ai tempi dell’Unione Sovietica qualche misterioso tecnico inviato qui restò intrappolato nel ghiaccio e iniziò a piantare le trivelle nel terreno. Scoprì così uno dei più vasti giacimenti di metano al mondo e un progetto destinato a resistere al crollo dell’URSS fino a oggi.

Con l’arrivo della Gazprom e l’allargarsi degli impianti, la via Optimist, una volta fiancheggiata dalle baracche dei tecnici e degli operai, si è trasformata in una cittadina che conta più di 100 mila abitanti, con il centro culturale “Gazodobytchik”, che ospita sale replete di marmi, una sala concerti, un centro sportivo, un teatro, discoteche. Con Gazprom è arrivato il benessere e la vita.

Una cittadina buia e gelida si è trasformata in un’esplosione di luci e colori, il gelo modellato in grandi statue di ghiaccio. I bambini corrono nei parchi e giocano a tirarsi palle di neve. Quegli stessi bambini che la Gazprom accompagnerà per tutta la vita. Dalla scuola materna, passando per la Yamal Oil & Gas University, deve vengono formati i 1.200 colletti bianchi e i tecnici specializzati della filiale di Gazprom, la Urengoigazprom.

Sul modello delle città chiuse di epoca sovietica non presenti sulle carte geografiche per motivi strategici, Gazprom ha costruito una città in funzione del gas. La compagnia ha ereditato dal periodo sovietico la logica del sospetto e la mistica del segreto. Non ha bisogno dell’aiuto dei servizi segreti.

D’altronde come racconta Amedeo Ricucci, giornalista rai, “Gazprom è uno Stato nello Stato”. A questo controllo capillare si aggiunge il suo potere di ricatto: “Urengoj è un giacimento strategico, le riserve e gli idrocarburi di cui dispone Gazprom sono elementi chiave per far politica estera da parte della Russia”. Stiamo parlando di un colosso il cui valore non è solo economico ma anche e soprattutto politico-strategico.

Dagli impianti di estrazione il gas viaggia in tubi d’acciaio ricoperti da un velo di ghiaccio, che li fa brillare. Attraversano la tundra in tutte le direzioni, trasportando il 90 per cento del gas consumato dalla Russia e il 20 per cento da quasi l’intero continente europeo.

Gli operai e i tecnici Gazprom sono giovani – il 30 per cento della popolazione ha meno di 18 anni – motivati economicamente, scelti per la loro riservatezza e premiati per la loro fedeltà. Il premio è rappresentato dai salari cospicui – lo stipendio si aggira intorno ai 1300 euro, il triplo di un operaio medio russo – dalle scuole pagate per i figli attraverso un progetto speciale formulato dalla compagnia. Fino all’assistenza medica, i benefit, i comfort e i contributi per la casa.Una bambina dai tratti dolci, con la finestra tra i denti dice: “I love Gazprom very much”.