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Nebraska

Un leggiadro "road movie" in bianco e nero

Si intitola Nebraska il nuovo film del regista americano Alexander Payne, uscito a novembre negli USA e dal 16 gennaio nelle sale italiane con Lucky red. Un leggiadro e cullante “road movie” in bianco e nero, in concorso alla 66ª edizione del Festival di Cannes e Palma d’oro per la miglior interpretazione all’attore protagonista (un magistrale Bruce Dern).

Narra di un viaggio dal Montana al Nebraska che l’anziano padre alcolizzato e scorbutico Woody vuole a tutti i costi intraprendere anche a piedi per riscuotere il milione di dollari vinto a un concorso della Mega Sweepstakes Marketing. O almeno così lui crede. Ma quel foglio, che si scoprirà essere solo uno dei tanti illusori biglietti non vincenti e dunque carta straccia, diviene il motore di una vicenda familiare commovente e intensa che coinvolge il figlio David (Will Forte), la grassottella moglie che non ha peli sulla lingua (una bravissima June Squibb) e l’altro figlio Ross (Bob Odenkirk) che lavora in televisione. Le ciniche imprecazioni della moglie e i freni posti da parte di Ross nulla valgono al desiderio irrefrenabile di Woody di raggiungere Lincoln, inseguendo l’illusione del premio per comprare un furgone nuovo di zecca e un compressore. Soltanto il figlio David esaudirà il suo desiderio, portandolo a bordo di una vecchia Subaru nera alla volta del Nebraska.

Padre e figlio sembrano, così, ricomporre i frammenti di un rapporto mai esplorato, mentre fuori scorre lo sterminato paesaggio americano dove cielo e terra si confondono e che la fotografia coglie magistralmente in tutta la sua maestosità naturalistica. Raggiunti dalla moglie e dall’altro figlio, vivono sprazzi magici di una perduta e rigenerante unità familiare. Il viaggio si trasforma in un percorso a ritroso nel passato del protagonista, nei suoi luoghi d’infanzia e dell’anima, incrociando familiari e vecchie conoscenze opportuniste e feroci. La delusione per una vittoria inesistente sarà ricompensata dall’umanità di un figlio che coglie esigenze, fragilità, pensieri ed emozioni di un padre nell’ultima fase della sua vita.

Il film fotografa l’America reale, afasica e in sovrappeso, dove regna sovrana una muta alienazione e uno strisciante disagio esistenziale, alla maniera del capolavoro indie anni ‘80 Stranger than paradise di Jim Jarmusch. Gli interni dei cafè evocano dei moderni saloon western; ma alla conquista spietata del West si sostituisce la riconquista di un necessario afflato umano. Un Amarcord made in USA “dallo stile semplice, spoglio e disadorno”, che intercetta, con una tenerezza struggente e un vibrante lirismo, l’american way of dream.

di Rosalinda Occhipinti