Me

Vendere lingerie a Riyadh

Chi sono le donne lavoratrici dell’Arabia Saudita. Fra trucchi, biancheria e corsi per imparare a sorridere

Immagine di copertina

Ruby e Nermin sono privilegiate. Fanno parte di quel 18 per cento di donne che, secondo le stime della Banca Mondiale, attualmente lavora in Arabia Saudita. Nermin non avrebbe mai pensato che le sarebbe piaciuto lavorare. Tutto è nato per caso, leggendo un’inserzione affissa nel centro commerciale vicino casa. Da quel momento la sua vita è cambiata.

Oggi le due sorelle lavorano nello stesso negozio. Nermin è commessa, Ruby è una delle manager della catena “Nayomi” che costellano Riyadh, la capitale saudita. Vendono reggiseni, mutandine e lingerie varie. «Nayomi ci ha dato la possibilità di andare avanti con la vita» raccontano al “New Yorker”.

Attualmente, in Arabia Saudita vivono più di 27 milioni di persone, di cui il 52 per cento sono donne che vivono sotto tutela. Non possono nemmeno studiare se non hanno il consenso dei “mahrams” (padri, fratelli o parenti uomini che hanno il compito di vigilare sulle donne): la sharia, la legge islamica che ispira la giurisprudenza, impone alle donne la segregazione in casa. Molte famiglie ritengono inopportuna l’emancipazione delle donne e non permettono loro di lavorare. Da quelle parti, la grande paura è quella dell’ “ikhtilat”: la mescolanza dei sessi in pubblico.

Di prassi, la vita delle donne saudite è divisa da quella degli uomini: scuole, cure mediche e persino le file nelle banche sono rigorosamente separate. Il risultato di questa convenzione sociale è l’inettitudine delle donne alle interazioni con gli estranei, soprattutto se uomini.

Così, per avviare il processo di “femminilizzazione” della società saudita, le donne hanno avuto bisogno di frequentare dei corsi per abituarsi ai più semplici contatti. Hanno dovuto apprendere persino come sorridere: sorriso ampio alle donne, discreto agli uomini.

Sarah, una commessa assunta in un negozio di lingerie, ha pensato di mollare tutto dopo solo una settimana di lavoro: «E’ molto difficile per me soddisfare le richieste dei clienti».

Inoltre, molti luoghi di lavoro non sono predisposti a ospitare commesse di sesso femminile. Per esempio, non ci sono armadietti per le borsette. Il risultato è che spesso le impiegate vengono derubate.

Il processo di “femminilizzazione” della società saudita è partito da una serie di proteste di donne stanche dell’imbarazzo di comprare oggetti così legati alla sfera intima da commessi uomini poco sensibili e a volte scortesi. Così, mentre altrove fiorivano le rivoluzioni arabe, nel giugno 2011 il re Abdullah firmò una legge ad hoc. Da quel momento l’intimo, i trucchi e gli abiti da donna potevano esser venduti solo da commesse donne.

Da subito questo cambiamento è stato giudicato un «crimine» dalla somma autorità religiosa saudita, il Gran Mufti Abdul Aziz Aal ash-Shaikh. Lo scorso settembre, il ministro del lavoro saudita Adel Fakeih ha accusato l’Haia, la polizia religiosa incaricata di vigilare sull’attuazione della sharia, di non rispettare quanto stabilito dalla legge sulla “femminilizzazione”. Tra le violazioni ci sarebbe la mancata vigilanza sul divieto d’ingresso dei “mahrams” all’interno dei negozi dove lavorano le donne, lasciando quindi che i guardiani ne controllino l’operato. Pare perfino che l’Haia abbia suggerito ai proprietari di alcuni negozi l’istallazione di ostacoli visivi tra il reparto femminile e il resto del locale.

Anche tra gli stessi negozianti ci sono state inosservanze del decreto. Non tutti, infatti, hanno aderito al cambiamento. Lo scorso 13 novembre, il viceministro per le ispezioni e lo sviluppo del lavoro Abdullah Abu Thunain, a margine dei controlli avvenuti tra luglio e novembre ha rilevato ben 1173 infrazioni della norma. Fra queste, 403 negozi avevano avuto disposizioni per il pieno adeguamento e 514 avevano avuto ordine di chiusura.

Con quanto previsto dal decreto sulla “femminilizzazione”, nonostante le difficoltà, molte donne hanno potuto sentirsi più libere. Anche tra le mura domestiche. Molte hanno raccontato di esser trattate meglio dai mariti e, spesso, durante le liti quotidiane, l’indipendenza economica è stata un’arma che le ha aiutate a rivendicare i propri diritti.