Me

Tunisine vincenti, almeno per ora

La nuova Costituzione dice no alla discriminazione

“Siamo le donne più libere e potenti del mondo arabo. Le nostre mamme hanno lottato per noi già all’epoca di Habib Bourguiba (presidente dal ‘57 all’ ’87, ndr). Per questo la nostra lista dei diritti è molto più lunga di quella delle egiziane, delle libiche e delle saudite.” Così commenta Fatima Al-Rihani la notizia dell’approvazione dell’articolo 20 della bozza costituzionale. Votata da 159 deputati su 169, la norma garantisce a “tutti i cittadini, uomini e donne, gli stessi diritti e doveri. Sono uguali davanti alla legge senza discriminazione.”

Meglio conosciuta nella rete come Arabicca, Fatima è un’attivista finita più volte dietro le sbarre durante il vecchio regime di Ben Ali. Una giornalista che neanche quando apprende la notizia del debutto di questa norma si concede festeggiamenti prematuri.

Una certa intesa si è trovata anche sull’articolo 1 che descrive la Tunisia “uno Stato libero, indipendente e sovrano. L’Islam è la sua religione, l’arabo la sua lingua e la repubblica la sua forma di governo.” La legge islamica, la sharia, non è la fonte principale di diritto. Secondo Iyadh Ben Achour, uno dei massimi giuristi tunisini, Al-Nahda ha compreso i vantaggi di edificare il nuovo stato su basi civili, piuttosto che religiose, evitando derive simili al modello iraniano o saudita.

L’ottimismo però non è unanime. Alcune organizzazioni per i diritti umani esprimono riserve perfino sull’articolo 20. Secondo Amnesty International e Human Rights Watch, questa norma “dovrebbe specificare che la discriminazione, diretta e indiretta, è proibita per quanto riguarda la razza, il sesso, la lingua, la religione, le idee politiche e l’origine sociale.”

A pensarla così è anche Fatima che non crede che la norma sulla parità di genere sia sufficiente. “La vera battaglia dell’emancipazione è quella sociale. Fino a quando a scuola ci insegneranno che un uomo vale più di una donna, le norme della Costituzione resteranno solo parole.”

Questo è un estratto di un articolo pubblicato dal Messaggero il 7 gennaio.