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La macchina del fango cinese

Prosegue la politica di Pechino: punire e screditare chi ha a che fare con le immolazioni

Non potendo prendersela con i reali “colpevoli” delle autoimmolazioni, il governo cinese ricorre alle tattiche più disparate per incutere timore ai tibetani. La speranza, di stampo machiavellico, è quella di usare il terrore come deterrente per porre fine all’emorragia di proteste politiche in Tibet, con risultati tragici per la popolazione locale.

Dal Dicembre 2012, in seguito alla crescita esponenziale del numero delle autoimmolazioni nella regione autonoma tibetana, la Suprema Corte del Popolo della Repubblica Popolare Cinese ha deciso di catalogarle nell’ambito degli omicidi intenzionali. In maniera quindi da poter perseguire tramite vie legali chiunque venga implicato nella pianificazione o l’istigazione alle immolazioni.

La lista dei prigionieri politici tibetani è lunga e per evitare di annoiare il lettore partendo dall’alba dei tempi userò un caso recentissimo, quello di Gedun Gyatso. Questo quarantasettenne monaco buddhista, residente nella cittadina di Bora, è stato dichiarato colpevole dalla corte della contea di Sangchu di omicidio intenzionale. La sentenza è stata resa pubblica il 10 Dicembre 2013 e Gyatso è stato condannato a sei anni di reclusione.

Per capire la sua storia bisogna fare un passo indietro fino al 2 Dicembre 2012, giorno in cui Sungdue Kyap si immolava sull’autostrada 213, nelle vicinanze proprio del monastero di Bora. Con le fiamme che giá gli avvolgevano le gambe, e vedendo arrivare le forze dell’ordine cinesi stazionate in maniera permanente al monastero, Kyap batteva ripetutamente il capo contro un muro pur di non farsi arrestare in uno stato cosciente.

Il giorno seguente, cinque monaci “scomparivano” dalle loro stanze, portati via nella notte dalle forze speciali cinesi: Lobsang Phagpa, Jamyang Soepa, Jamyang Lodoe, Jamyang Gyatso e appunto Gedun Gyatso. I primi quattro verranno rilasciati separatamente, dopo aver passato diversi mesi dietro le sbarre, senza aver prima ricevuto un processo di alcun tipo e essendo stati privati della possibilitá di comunicare con l’esterno.

Gedun Gyatso non è stato così fortunato. Dichiarsi innocente e rifiutare di firmare qualsiasi confessione non gli è servito a nulla. Secondo la corte è colpevole di aver impedito alla polizia cinese di domare le fiamme che stavano bruciando vivo Sungdue Kyap. Per questo sconterá sei anni in galera.

Nel frattempo, alla famiglia di Sungdue Kyap è stato proibito di avere alcun contatto con il loro caro. Ad oggi non si sa se l’uomo sia sopravvissuto o meno.

La dubbia logica del processo è la stessa che in altri casi ha permesso alle autoritá cinesi di incarcerare decine, se non centinaia di tibetani. Come Losang Tenzin e Nakten Tenzin, che stanno scontando rispettivamente 13 e 10 anni per aver apparentemente istigato un’autoimmolazione nell’Agosto del 2011. O Lobsang Tsundue, colpevole secondo i cinesi di aver spinto suo nipote Phuntsok a suicidarsi e per questo condannato a 11 anni di reclusione.

Prostitute, giocatori d’azzardo e persone mentalmente instabili sfruttate e aizzate al separatismo dalla “clique del Dalai Lama”. Secondo il governo cinese la spiegazione per il fenomeno delle autoimmolazioni sta nell’organizzazione e la strumentalizzazione da parte del governo tibetano in esilio di individui che compongono la feccia della società tibetana.

E anche se la prospettiva di Pechino, divulgata e amplificata dall’apparato propagandistico cinese, suona spesso e volentieri poco credibile agli spettatori esteri, poco importa. Questi tentativi di ridisegnare lo scopo e le ragioni delle autoimmolazioni sono da considerarsi in buona parte esercizi di propaganda ad uso e consumo puramente domestico. Servono a mantenere in vita il mito dei tibetani come popolo di barbari retrogradi, altamente pericolosi e per di più devoti al separatismo.

Così facendo il governo cinese utilizza la classica tattica del “divide et impera,” antagonizzando le relazioni tra i tibetani e la maggioranza Han. Perchè una vittoria della dignità e del rispetto dei diritti umani in Tibet significherebbe anche la vittoria dei diritti umani in tutta la Cina. E Pechino non è pronta a concedere così tanto.

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