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La Cina contro i Bitcoin

Pechino bandisce la moneta virtuale, temendo speculazioni e transazioni criminose

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La Banca centrale cinese ha vietato l’uso del Bitcoin, una moneta virtuale che si sta diffondendo globalmente tramite istituzioni finanziarie e servizi di pagamento in Cina. Il comunicato è stato diffuso la mattina del 5 dicembre scorso con lo scopo di “evitare un danno” allo yuan, e frenare la crescita della bolla speculativa che si stava creando.

Inventata nel 2009 dal misterioso sviluppatore Satoshi Nakamoto, la valuta fittizia è divenuta sempre più popolare, ed è accettata come metodo di pagamento da molti siti di e-commerce in tutto il mondo. Ma la nota di Pechino specifica chiaramente che il Bitcoin non può essere considerato come una moneta reale: non è emessa da un’autorità centrale e non è quindi una moneta con corso legale. È priva quindi dello status necessario per essere strumento di pagamenti.

Il comunicato della Banca centrale vuole essere un monito per i numerosi problemi che possono derivare dal commerciare in Bitcoin. Fra tutti, il rischio che i portali telematici di trading subiscano attacchi hacker, oppure la possibilità concreta di essere vittime di truffe in un sistema di intermediazione e scambio di questo tipo.

Secondo i dati rilasciati dalla giapponese Mt Gox, una delle piattaforme principali su cui scambiare Bitcoin con valute reali, a circa due ore dal comunicato il prezzo della moneta virtuale in Cina è crollato di circa il 30 per cento. Durante la mattinata, da un picco di 1.240 dollari, il valore del Bitcoin sarebbe sceso fino ad arrivare a 840 dollari.

Nei mesi precedenti si era verificato un vero e proprio boom di acquisto di Bitcoin sul mercato cinese. La Btc China, la maggior piattaforma di scambio cinese, ha attirato un numero d’investitori tale da diventare la compagnia con i volumi di scambio maggiori al mondo. Dall’inizio di novembre, la cinese Btc ha sorpassato la Mt Gox e la Europe’s BitStamp, raggiungendo i 90mila Bitcoin scambiati giornalmente.

Una delle ragioni per cui proprio in Cina si è registrato questo successo della “cripto-valuta”, è che sempre più cinesi compiono i loro acquisti su siti internet che accettano Bitcoin. Inoltre, secondo l’amministratore delegato della Btc China, Bobby Lee, i cinesi hanno visto nella “moneta virtuale” una nuova forma di risparmio e investimento, esattamente come se si trattasse di azioni, bond o immobili.

Una delle motivazioni principali della messa al bando è che i pagamenti tramite Bitcoin assicurano l’anonimato a chi ne fa uso. Per questo le autorità temono che tale metodo possa favorire il riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali facilitando la proliferazione di business più o meno illegali.

Un caso simile si era già verificato in Cina: nel 2009 il governo di Pechino aveva reagito con severi provvedimenti contro la sfrenata crescita di un’altra valuta virtuale, il Q Coin, e ne aveva vietato lo scambio. Come il Bitcoin, anche questa moneta virtuale, utilizzata da 100 milioni di cinesi, non era tracciabile dal governo e aveva quindi alimentato le transazioni sul mercato nero.

Come allora, anche oggi le autorità cinesi non sono in possesso di alcun meccanismo per tracciare la circolazione e le transazioni di un sistema totalmente decentralizzato.

Il sistema Bitcoin non sembra aver ancora raggiunto una potenza e una diffusione tali da mettere in crisi il sistema bancario e governativo cinese; tuttavia, Pechino, consapevole del potenziale distruttivo di questo strumento, ha deciso di giocare d’anticipo.