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Tienanmen: il terrore che non c’è

Colloquio con uno degli uomini più ricercati della Cina. Dolkun Isa, leader uiguro, racconta il suo Turkestan

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Il Taklamakan: “se ci entri, poi non potrai più tornare indietro”. Gli uiguri apostrofano così il più inospitale, pericoloso e solitario dei deserti dell’Asia centrale. E quando incontri Dolkun Isa, non puoi fare a meno di pensare al Taklamakan: stessa muta austerità, stessa inaccessibilità. Ricorda uno di quei principi uiguri abbozzati nelle pitture murali delle Grotte di Bezeklik, con i suoi occhi scuri dal taglio orientale appena accennato che si aprono sul viso come due eremi di fango eretti sulla sabbia del deserto.

È figlio orfano dell’antica terra del Turkestan orientale, la “Terra dei turchi”, come i persiani denominarono quel luogo nel quale duemila anni fa si insediarono i clan turchi provenienti dalla Mongolia. È un figliastro ribelle e ingrato dello Xinjiang, di quella “Nuova Frontiera” che egli disconosce, assoggettata all’autorità centrale cinese e inglobata già nel 1884 nell’Impero in qualità di nuova regione frontaliera.

Quando nel dicembre del 2003 il Ministero per la Pubblica Sicurezza e l’Antiterrorismo cinese pubblicò una blacklist dei terroristi più pericolosi per la sicurezza del Paese, Dolkun Isa si era guadagnato il terzo posto per ordine di pericolosità, dopo Muhanmetemin Hazret e Hasan Mahsum, fondatore dell’Etim ucciso in un nascondiglio di al-Qaeda nel sud Waziristan. Ricercato dall’Interpol fin dal 1997, a detta del governo di Pechino, Dolkun Isa sarebbe responsabile di “aver tramato, organizzato ed eseguito attentati dinamitardi, assassini, incendi, avvelenamenti e altre attività violente terroristiche” nella Regione Autonoma dello Xinjiang e in tutta la Cina. Accolto nel 2006 dalla Germania, divenne Segretario Generale del World Uyghur Congress (Wuc), un’organizzazione con sede a Monaco di Baviera fondata dagli esuli uiguri allo scopo di promuovere la causa della minoranza etnica turcofona e il suo diritto all’autodeterminazione.

La sua gente ha più a che fare con i tagiki, i kazaki, i kirghisi, gli uzbeki e i tatari, che non con i cinesi han. È anche per questo che il governo centrale di Pechino è percepito dagli uiguri come un tiranno alieno cui viene negata ogni legittimità, come fa un corpo ospite quando rigetta un organo trapiantato coattamente e che non riconosce proprio. Così, la tensione interetnica si è acutizzata, sviluppandosi in un gioco doppio di repressione e seduzione, di hard e soft power, di malie accentratrici e spinte centrifughe. Si è raggiunto un punto di non ritorno lo scorso giugno quando nello Xinjiang gli scontri tra la polizia e la minoranza uigura sono sfociati nel sangue, e ancora il 28 ottobre quando una jeep ha sfondato una barriera a nord di piazza Tienanmen e si è incendiata mietendo 5 vittime e ferendo gravemente 38 persone.

“Disperazione”. La parola sibila decisa e ferma dalle labbra di Dolkun Isa. “Il Wuc è dell’opinione, oltretutto condivisa da una serie di studiosi ed esperti, che l’incidente di Pechino non debba essere qualificato come un atto di terrorismo o di estremismo religioso, piuttosto come un atto di disperazione. Noi crediamo che le autorità cinesi abbiano colto al volo questa opportunità per intensificare ulteriormente le loro politiche repressive contro gli uiguri del Turkestan orientale.”

Dopo i primi giorni di silenzio, Pechino ha dichiarato che l’esplosione della jeep nel cuore della capitale cinese è stato un attacco effettuato da criminali “feroci”: “attentamente pianificato, organizzato e premeditato”, un “attacco terroristico orribile” perpetrato da estremisti religiosi, come gli uiguri Usmen Hasan ( alla guida del veicolo), sua madre e sua moglie.

La polizia cinese ha addebitato le responsabilità dell’incidente agli uiguri della regione autonoma dello Xinjiang, ma all’estero la comunità della minoranza di origine turca teme che Pechino possa manipolare “l’evento dell’incidente” per i suoi “scopi cinici per imporre ulteriori misure repressive contro il popolo uiguro”.

Ha una opinione chiara di quanto è successo in piazza Tienanmen?

Dolkun Isa: “Le autorità cinesi hanno già rivelato alla comunità internazionale le loro politiche incoerenti in materia, e il loro utilizzo discriminatorio delle leggi antiterrorismo come anche delle accuse di terrorismo, ad esempio nel modo in cui è stato affrontato l’attacco alla sede provinciale del PCC nello Shanxi. In quel caso il colpevole è stato semplicemente etichettato come un ladro, piuttosto che come un sospetto terrorista”.

I controlli in piazza Tienanmen, il cuore politico di Pechino, sono molto rigidi. Sembra difficile, statisticamente improbabile, che i tre uiguri accusati di essere pericolosi “estremisti religiosi” non siano stati monitorati e che siano riusciti a raggiungere la piazza senza essersi mai imbattuti in uno dei numerosi posti di controllo di sicurezza di Pechino. Alcuni elementi nello scenario catastrofico dell’incidente non tornano.

Perché un terrorista in procinto di immolarsi coinvolgerebbe nella propria follia suicida le due donne più importanti della sua vita, la moglie e la madre, cancellando nel contempo il suo futuro e le sue origini? E come è possibile che nella jeep incendiata sia stata ritrovata una bandiera che inneggiava alla guerra santa, ancora integra?

“Osservazioni corrette. È incomprensibile che una bandiera sia sopravvissuta a un tale incidente, mentre è assolutamente inconcepibile che qualcuno all’interno della cultura uigura – o in qualsiasi parte del mondo – avrebbe accettato un coinvolgimento in un attacco del genere, sapendo che la propria madre e la propria moglie avrebbero perso la vita. Inoltre, un veicolo segnalato già nello Xinjiang come avrebbe potuto attraversare tutta la Cina e intraprendere il presunto attacco, scampando alla pletora di controlli della polizia? La conseguente repressione contro gli uiguri a Pechino e nel Turkestan orientale è stata notevole: 200 uiguri sono stati recentemente arrestati nel Turkestan orientale, mentre 93 uiguri sono stati arrestati a Pechino. Le autorità cinesi non hanno rilasciato alcuna prova dell’incidente, hanno eliminato la documentazione video dei giornalisti, hanno censurato internet, e si sono rifiutate di avviare un’indagine aperta indipendente nell’eventualità che potesse mettere in discussione la narrativa ufficiale dichiarata dalle autorità. Purtroppo, a causa delle pesanti restrizioni imposte ai media dentro e fuori dal Turkestan orientale, e a causa dell’incremento del regime di sicurezza che è stato esponenziale dal marzo 2013, soprattutto dopo “l’incidente” di Pechino, è difficile dire con certezza quali siano state di fatto le reazioni, sia da parte degli uiguri che di altri gruppi etnici. Quello che sappiamo dalle fonti sul campo è che molti uiguri sono stati arbitrariamente detenuti o arrestati, mentre sono aumentate le perquisizioni illegali e discriminatorie e i controlli a campione sugli uiguri.”

Meng Jianzhu , ufficiale della Sicurezza Interna della Cina, ha detto ai giornalisti che “dietro le quinte dell’attentato c’è l’organizzazione terroristica East Turkestan Islamic Movement (Etim)” che ha legami con Al-Qaeda ma molti analisti dubitano dell’esistenza di un gruppo organizzato che sia capace di affrontare i cinesi in modo concertato. Chi si nasconde dietro l’Etim? Crede che l’Etim esista davvero?

“Come molti giornalisti hanno detto dopo l’incidente, l’esistenza dell’Etim è una questione estremamente oscura. Contrariamente a ciò che talvolta viene riportato, l’Etim non è inserito nella lista del Foreign Terrorism Organization (Fto) degli Stati Uniti, cosa che a pensarci bene sarebbe una mossa politica sconcertante, dato che gli Stati Uniti stanno conducendo una guerra al terrorismo internazionale. Allo stesso modo, molti di coloro che hanno riferito o commentato l’incidente di Pechino hanno notato che la mancanza di sofisticazione di tale presunto attacco, e la mancanza di prove che lo collegherebbero all’Etim ha portato molti a chiedersi se l’Etim è stato davvero coinvolto in tutto questo.”

Alcuni esperti di terrorismo internazionale sottolineano l’esistenza di un legame tra l’Etim e il Wuc – il congresso mondiale degli uiguri – affermando che ci sono “molti simpatizzanti e sostenitori” dell’Etim in seno al Wuc. Come risponde a queste accuse?

“Si tratta di accuse infondate per motivi molteplici. In primo luogo, se il Wuc dovesse avere legami con il terrorismo, credete che la Germania e gli Stati Uniti avrebbero mai ospitato il Wuc nei loro territori? I governi locali e federali in Germania hanno ripetutamente manifestato il loro sostegno al Wuc, ribadendo che non hanno riscontrato alcuna prova che colleghi il Wuc al terrorismo di matrice islamica, e tantomeno all’Etim .
Allo stesso modo, la Presidentessa del Wuc e nota attivista uigura dei diritti umani Rebiya Kadeer è un ex candidata al Nobel per la pace, ed ha vinto il prestigioso premio Rafto Foundation in Norvegia. Lei, con tutti coloro che operano all’interno del Wuc, difficilmente accetterebbero che qualcosa macchiasse la sua buona reputazione e la causa pacifica per i diritti degli uiguri associandosi a una qualsiasi organizzazione terroristica.”

Chi sono i sostenitori del Wuc, chi lo finanzia?

“Il Wuc è finanziato in gran parte dal National Endowment for Democracy (Ned) concessione in cui completiamo un progetto annuale per promuovere e sensibilizzare presso le Nazioni Unite, l’Unione europea e nel resto del comunità internazionale sulla condizione dei diritti umani nella comunità uigura. Riceviamo anche donazioni da parte dei membri privati delle nostre organizzazioni.”

Il Wuc ha dichiarato che stiamo assistendo alla demonizzazione degli uiguri da parte del governo centrale cinese e, anzi, ha ribadito con più forza che le politiche di Pechino, e non il jihadismo e il terrorismo, stanno creando una recrudescenza delle tensioni tra Han e uiguri “.

Ma non temete che negare le responsabilità di quanti, estremisti o jihadisti a sostegno della causa uigura, fomentano le tensioni interetniche, possa apparire all’opinione pubblica cinese come una sorta di connivenza?

“Il Wuc deplora risolutamente qualsiasi atto di terrorismo, come abbiamo ripetutamente affermato e riaffermato. Ma perché una politica e una legislazione antiterrorismo possano dirsi concretamente coerenti e credibili, è essenziale che esse siano applicate e sviluppate in modo equo presso tutti i gruppi etnici ed entro i limiti del diritto internazionale, a cui la Cina si è vincolata con la firma dei trattati, tra le altre cose. Se un uiguro commette un atto di disperazione, questo è terrorismo, se un cinese han commette un atto di disperazione, è un ‘incidente’ ”.

Un’ultima domanda. Dolkun Isa, secondo lei la Cina sta conducendo una battaglia contro un terrorismo “immaginario”?

“Il problema del terrorismo in Turkestan orientale è stato ampiamente studiato da fior fiore di esperti e studiosi, molti dei quali hanno concluso che la Cina ha notevolmente esagerato l’esistenza di una minaccia terroristica organizzata dagli uiguri. Mentre il Wuc riconosce che alcuni uiguri sono stati coinvolti, è evidente che non vi è alcuna avanzata, coordinata e organizzata minaccia del terrorismo nel Turkestan orientale.”

Il Taklamakan, se decidi di entrarci poi non ne puoi più uscire. Nulla in lui sembra minaccioso, eppure non c’è deserto che non nasconda pericoli e non c’è viaggiatore che, volendolo attraversare, non li voglia rivelare.