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Sono donna e guido

Il 26 ottobre in Arabia Saudita le donne rilanciano la campagna Women2Drive. Per poter guidare e tutelare i propri diritti

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“In Arabia Saudita ci sono donne che hanno conseguito persino un dottorato. Ma non ne troverai alla guida di un’auto. Non si tratta solo di trasportare un familiare o un amico in ospedale se c’è un’emergenza. E’ la nostra vita e vogliamo viverla pienamente con dignità”.

Era giugno del 2011.Gli echi della primavera araba, in pieno svolgimento, arrivavano forti anche a Riyad. Manar al-Sharif, 34 anni, si metteva alla guida della sua auto e con Wajeha al-Huwaider, nota attivista per i diritti femminili, filmava il tutto. Dopo avere postato il video su Youtube e Facebook, Manar veniva arrestata e detenuta in carcere per nove giorni su intervento del Committee for the promotion of virtue and the prevention of vice, incaricato di vigilare sull’applicazione della sharia per mezzo dei mutaween, una sorta di polizia religiosa.

Nei giorni successivi il suo esempio sarebbe stato seguito da altre donne.

Era l’inizio della campagna Women2Drive che domani vivrà il suo secondo atto. Decine di donne saudite sfideranno nuovamente l’autorità monarchica. Le donne in possesso di patente di guida (ovviamente ottenuta all’estero) saranno chiamate a infrangere un divieto che è espressione di una società, ultraconservatrice e che viola i diritti umani, soprattutto quelli femminili.

Un comunicato emesso dal Ministero dell’interno ha ribadito che le donne che si metteranno al volante compieranno un atto illegale. Le attiviste sono state ammonite anche dall’ala ultraortodossa del regno e secondo fonti della Reuters hanno già ricevuto telefonate intimidatorie da funzionari del governo. Ma arresti e minacce non basteranno a fermare l’ondata di protesta. Su Twitter, la petizione a sostegno ha raccolto oltre diecimila adesioni.

Se dal punto di vista sociale una donna che guida può suscitare scandalo oggi in Arabia Saudita, il reato maggiore in cui si incorre, oltre alla guida senza patente, è quello di partecipare a una manifestazione di protesta non consentita nel regno.

Perché in realtà non c’è una legge precisa al riguardo e la sharia non prevede questo divieto.

Fu nel 1990 che quella che era una prassi non codificata venne regolamentata. La causa scatenante furono le soldatesse americane che – impegnate nella guerra del golfo – scorazzavano liberamente alla guida di jeep e autovetture per spostarsi tra le basi militari. Quarantasette donne saudite, desiderose di raggiungere lo stesso grado di emancipazione delle ragazze d’oltreoceano, si misero al volante. Vennero arrestate e alcune di esse addirittura persero il lavoro. E neanche le successive petizioni consegnate al re Abdullah sortirono gli effetti sperati.

La massima autorità religiosa del regno, il Gran Mufti, emise infatti una fatwa, ovvero un editto religioso, dichiarando che la guida avrebbe esposto le donne alle tentazioni e avrebbe portato al caos sociale. Su questa base fu poi emanato un decreto che vietava la guida alle donne.

Le cose sono rimaste immutate sino a oggi. Addirittura di recente si è fatta strada la teoria dello Sheikh Saleh al-Lohaidan il quale ha affermato che mettersi alla guida potrebbe danneggiare le ovaie femminili, compromettere lo stato di salute delle donne e la loro capacità di procreare.

La monarchia saudita non è tra i primi Paesi in materia di tutela dei diritti umani. Anzi. E la condizione femminile è fortemente discriminata.

La donna vive in posizione assolutamente subalterna rispetto all’uomo. Ogni donna ha il suo “guardiano” ovvero un tutore che decide della sua vita in tutto e per tutto. Senza il consenso di costui, che può essere un padre, un fratello, persino un figlio, esse non possono contrarre matrimonio nè studiare, effettuare visite mediche o viaggi all’estero.

Tuttavia negli ultimi anni alcune restrizioni imposte dalla società alle donne sono state allentate. Le donne saudite possono oggi votare ed essere elette nei consigli municipali. Inoltre da quest’anno un quinto dei componenti del Consiglio consultivo della Shura è riservato al genere femminile. Trenta donne oggi ne fanno parte. Proprio alcune delle componenti di questo consiglio hanno ufficialmente chiesto che il divieto di guida per le donne venga messo in discussione.

Sarà un weekend storico per i diritti delle donne in Arabia Saudita. E il diritto di guidare, forse uno dei meno importanti anche se di vitale importanza pratica, è oggi simbolo della ribellione delle donne verso la loro condizione.