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Suicidi per la terra

Si siedono, pensano, e poi si suicidano. Sono i membri della tribù brasiliana dei Guarani. Che muore per la confisca della terra

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In Brasile c’è una tribù dove si registra il tasso di suicidi più alto del mondo. E’ quella dei Guarani-Kaiowà, popolo che parla la lingua tupi e vive principalmente a sud del Paese.

Lo ha rivelato “Survival International” – organizzazione internazionale che lavora per i diritti dei popoli tribali in tutto il mondo – in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, celebrata giovedì scorso.

Un “genocidio silenzioso è in corso da diversi anni” , ha scritto il “Guardian”. La tribù deve affrontare un tasso 34 volte superiore a quello della media nazionale brasiliana.

Dai dati del ministero della Salute del Brasile, dall’inizio del secolo almeno un guarani a settimana si è suicidato – e tra i numeri ufficiali mancano quelli dei molti suicidi che non vengono segnalati. La maggior parte delle vittime è compresa tra i 15 e i 29 anni: la più giovane si chiamava Luciane Ortiz,morta a soli nove anni.

«Noi Guarani ci suicidiamo perché non abbiamo la terra. Non abbiamo più spazio. Ai vecchi tempi, eravamo liberi, ora non siamo più liberi. Così i nostri giovani si guardano intorno e pensano che non ci sia più nulla e si chiedono come possano vivere. Si siedono e pensano, si dimenticano, si perdono e poi si suicidano» ha spiegato Rosalino Ortiz, una donna gurani, a “Survival”.

La comunità di 31 mila persone, ormai basata nello stato sud occidentale del Mato Grosso do Sul, è afflitta da alcolismo e depressione, povertà, condizioni igieniche inadeguate, violenza, e ha perso la maggior parte delle sue terre ancestrali accaparrate dai grossi allevatori e agricoltori. Come più volte denunciato (sempre secondo “Survival International“) coloro che cercano di ritornare nei loro territori, subiscono manifestazioni di violenza estrema – pestaggi e omicidi mirati – da parte di uomini armati al soldo degli agricoltori.

I Guarani hanno un profondo legame ancestrale con le proprie terre, «una volta separati dai propri terreni, pensano che il legame con l’Universo sia rotto», ha spiegato al “Guardian” Michael Mary Nolan – suora statunitense che combatte per i diritti umani. Molti nella tribù hanno interpretato la privazione delle terre come un segno divino, sintomo della distruzione del mondo.«Senza terre per mantenere le proprie culture antiche, i Guarani si sentono umiliati. Tristi, insicuri, instabili, spaventati, affamati e miserabili. Hanno perso i loro raccolti e la loro speranza di una vita migliore. Sono sfruttati e schiavi della produzione di canna da zucchero» ha proseguito Nolan, per indicare una circostanza esistenziale, che offusca la speranza di vita.

Tutto ruota intorno alla confinazione dei territori: la demarcazione delle riserve e la ri-assegnazione delle terre legittime alle tribù indigene.

Il governo brasiliano si sta muovendo da diversi anni per la delimitazione del territorio guarani – una piccola quantità venne ceduta nel 1990, e portò ad un abbassamento immediato del tasso di suicidi – ma il processo è in stallo, anche per la pressione di una potente lobby agricola – che prende il nome di “Bancada ruralista”, costituita da un gruppo parlamentare composto da 160 deputati e 29 senatori, tutti legati da interessi nel settore agroalimentare, proprietari di imprese agricole o allevamenti in terra indigena.

Per le forti pressioni della “Bancada ruralista” – e con il beneplacito di alcuni membri dell’esecutivo – sarebbe in corso di approvazione, un emendamento costituzionale che trasferirebbe dal governo al Congresso la competenza di demarcazione dei territori indigeni. Con il Pec215 (nome dell’emendamento), si andrebbe a revocare un potere costituzionale dell’esecutivo sancito nel 1988, secondo cui il processo di demaracazione territoriale viene guidato dalla Fundação Nacional do Índio (Funai, già Spi – Sevizio Protezione Indigeni) del Ministero di Giustizia.

Tale operazione andrebbe a indebolire notevolmente la posizione degli indigeni, rallentando ulteriormente il processo. L’articolo 67 della Costituzione, prevede infatti che la demarcazione delle terre indigene avvenisse entro i primi cinque anni dall’approvazione della stessa. Tuttavia, al momento soltanto 303 dei 1046 territori occupati dalle popolazioni indigene sono ufficialmente delimitati: la paralisi sarebbe dovuta a contingenze locali, con singoli stati, comuni e agricoltori che hanno presentato istanze. La situazione sarebbe particolarmente critica nella zona del Mato Grosso do Sul. Il capo del gruppo etnico Guarani-Kaiowá, Hamilton Lopes, ha dichiarato alla BBC – in occasione delle proteste del 1 ottobre per la Mobilitazione nazionale indigena – che l’approvazione del Pec215 rappresenterebbe la fine dei diritti territoriali del suo popolo.

La protesta non è stata l’unica: già in aprile un gruppo di indigeni aveva fatto irruzione in parlamento. In quell’ occasione il portavoce guarani Tonico Benites aveva ripetuto che i sucidi dei Guarani: «si verificano e stanno aumentando a causa dei ritardi nell’identificazione e demarcazione della nostra terra ancestrale». A tal proposito, lo scorso anno, un gruppo di 100 uomini e 70 bambini aveva minacciato un suidicio di massa, dopo la decisione di una Corte locale che gli imponeva di abbandonare determinati territori – che la tribù identificava come “tekoha”, cimitero ancetrale – per far spazio alle colitivazioni.

Stephen Corry, direttore di “Survival”, ha detto in un comunicato: «Succede spesso che il cosiddetto progresso distrugga i popoli tribali, ma in questo caso la soluzione è chiara: delimitare la terra dei Guarani, prima che vengano perse altre vittime innocenti.»