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Il vento di Twitter su Teheran

Internet torna libero, ma solo per 24 ore. Eppure in Iran qualcosa sta cambiando

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Diverse testimonianze di cittadini raccolte dai media occidentali hanno confermato che da lunedì sera i siti di social network come Facebook e Twitter sono stati completamente accessibili alla popolazione iraniana fino al giorno seguente.

Non succedeva dai tempi dell’Onda Verde, il movimento di protesta che nel 2009 scosse i fragili equilibri della Repubblica Islamica sfruttando proprio il potente eco virtuale dei social network. Da allora le restrizioni poste dal regime alla rete sono state particolarmente severe. «L’assenza di un filtro su Facebook la scorsa notte (lunedi, nda) è evidentemente dovuto a problemi tecnici, su cui il comitato tecnologico sta indagando», ha fatto sapere Abdolsamad Khoramabadi, segretario del Consiglio Supremo per il Cyberspazio, creato proprio lo scorso anno dall’ayatollah Ali Khamenei per giudicare l’appropriatezza dei contenuti presenti in rete.

Problemi tecnici o volontà di testare le possibili conseguenze di uno sblocco definitivo di Internet, tutto è tornato come prima dopo appena 24 ore, lasciando tuttavia presagire che il disgelo cibernetico non sia lontano da Teheran.

L’attivismo sui social network dei membri del nuovo governo ha infatti innescato un vivace dibattito sulla possibilità che il regime alleggerisca il controllo della rete. Il neoeletto presidente Hassan Rouhani, dal canto suo, aveva già preso posizione contro la censura, definendola inutile.

Ciononostante, la complessa e liquida architettura del potere della Repubblica Islamica fa sì che da solo il Presidente non sia in grado di modificare la situazione. A poter legiferare in merito è bensì il Consiglio Supremo per il Cyberspazio: diversi ministri dell’attuale governo, compreso lo stesso Rouhani, siedono nell’organo, ma sono costretti a rapportarsi con membri del Parlamento ed esponenti dei Guardiani della Rivoluzione che sulla questione hanno tutt’altre vedute.

Ma dalle elzioni di giungo sembra che qualcosa abbia iniziato a muoversi: come riportato dal Guardian recentemente, da allora diversi utenti iraniani avevano riscontrato il ripristino di alcuni account Vpn e un incremento della velocità delle connessioni Internet che in alcuni casi ha permesso il funzionamento di Skype.

Il nuovo corso della politica iraniana impresso da Rouhani pare avere come parola d’ordine “apertura”. Ne è prova il tweet del 4 settembre con il quale ha espresso i propri auguri di buon Capodanno alle comunità ebraiche. Il cinguettio, insolito per l’identità del mittente e dei destinatari, ha suscitato immediatamente un gran numero di reazioni, positive o perplesse, per un totale di 5.170 retweet e centinaia di risposte. A cominciare da quella, glaciale, del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che si è detto poco impressionato da «un augurio che proviene dalla bocca di un regime che sino alla scorsa settimana ha minacciato di sradicare lo Stato d’Israele». Tel Aviv ha poi rincarato la dose di scetticismo affermando che la leadership iraniana verrà valutata per i fatti e non per gli auguri.

Autentica o meno, la svolta dialogante del regime iraniano passa attraverso i social network. Ad agosto tutti i ministri del nuovo governo hanno creato una pagina Facebook. Poche ore dopo il famoso tweet di auguri di Rouhani, inoltre, il ministro degli Esteri Javad Zarif ha emesso il suo primo cinguettio ufficiale: «Grazie per il caloroso benvenuto su Twitter. Spero di poter interagire e tenerci in contatto». Dal profilo, che conta 15 tweet e oltre 20.000 follower, Zarif ha avuto modo di rispondere ad alcune ribattute critiche come quella di Christine Pelosi, attivista politica californiana e figlia dell’ex speaker democratica della Camera, Nancy Pelosi, che a un «Rosh Hashanah» di Zarif ha risposto «Grazie. Il Nuovo Anno sarebbe anche più sereno se la faceste finita con la negazione dell’Olocausto, sir». Pronta e simbolica la risposta di Zarif: «L’Iran non lo ha mai negato. La persona che negava se n’è andata». Una sonora presa di distanza dall’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, famoso per le dichiarazioni contro Israele.

Al di là dell’invito all’interazione con i cittadini, reso difficoltoso dai blocchi alla rete, pare quindi che l’intento di Rouhani e dei suoi ministri sia soprattutto quello di usare i social network per parlare direttamente alla comunità internazionale. Un assaggio di quella che viene chiamata “twiplomacy” o “e-diplomacy”, la nuova diplomazia dell’era digitale che sfrutta social network o canali come YouTube per interagire sia con i cittadini del proprio Paese, sia con le opinioni pubbliche internazionali e per mettere in vetrina linee e priorità della politica estera. La ragione che spinge Rouhani sulla via dell’e-diplomacy pare essere quella della necessità di garantire la sopravvivenza della Repubblica Islamica attraverso due obiettivi. Innanzitutto ricucire la ferita che si è aperta tra cittadini e regime durante le proteste post-elezioni del 2009: nonostante i legittimi dubbi sulla democraticità del sistema iraniano, la Repubblica si regge anche sul consenso della base. Il secondo obiettivo è quello di far fronte all’emergenza economica del Paese cercando di limitarne l’isolamento internazionale e concedendo spazi di trattativa soprattutto sul dossier nucleare al fine di alleggerire le sanzioni.

A questo scopo è stato annunciato che le trattative sul nucleare verranno condotte non più dall’ultraconservatore Supremo Consiglio Nazionale per la Sicurezza, ma proprio da Zarif. Abile diplomatico e già ambasciatore negli Stati Uniti, dove ha personali contatti con molti addetti ai lavori, il ministro degli Esteri potrebbe dar vita a una svolta nei rapporti tra Iran e Occidente. L’apertura, immancabilmente, passa anche attraverso Twitter.

È in questo senso che vanno letti i ripetuti inviti a 140 caratteri di Rouhani a trovare una soluzione diplomatica al dossier nucleare e alla crisi siriana. Teheran sembra insomma lontana anni luce dalle muscolari minacce a cui aveva abituato. A patto che ai tweet seguano i fatti.