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Perché si deve intervenire in Siria

Il tempo è scaduto. E nemmeno da poco

E’ stata fissata una linea rossa. Questa linea rossa è stata ampiamente valicata (ben prima del 21 agosto 2013) in quanto nel conflitto siriano sono stati utilizzati, da parte del regime di Assad, armi chimiche contro la popolazione civile.

La comunità internazionale parte dal presupposto che un atteggiamento di questo tipo non può lasciare indifferenti, ma al tempo stesso osserva che non è del tutto auspicabile un cambio di regime a Damasco.

Questo per vari motivi: innanzitutto l’Onu ha accusato sia il fronte lealista sia quello ribelle operante in Siria di crimini contro l’umanità. Al tempo stesso, nonostante le vaghe rassicurazioni di parte dell’Esercito Libero Siriano, è nota la presenza tra le file dell’opposizione di esponenti dell’estremismo religioso di stampo sunnita se non di emanazioni dirette od indirette di Al Qaeda. Tra l’altro un cambio di regime,che vedrebbe prevalere la componente sunnita a scapito di quella alauita del presidente Assad (di gran lunga minoritaria nel paese), non tranquillizzerebbe affatto lo stato di Israele. Questo perché la Siria di Assad pur rappresentando una minaccia formale nei confronti di Gerusalemme non risulta esserlo dal punto di vista sostanziale. E ciò legittima un apparato di sicurezza mostre da parte dello stato ebraico in termini di difesa militare e missilistica. Infine, a parte lo scoraggiante precedente egiziano, c’è da segnalare come la zona delle Alture del Golan (confine israelo-siriano) sia quasi per la totalità abitata da cittadini sunniti ben desiderosi di avere i mezzi politici ed istituzionali per rivedere i confini del 1967.

Partendo da questo presupposto però non si poteva restare inerti. E di conseguenza occorreva percorrere due distinte strade: o quella della diplomazia o quella del conflitto militare.

Per quanto riguarda la diplomazia Obama ha annunciato un intervento Usa (e degli alleati volenterosi di imbarcarsi in questa operazione) ma solo a seguito di un voto del Congresso. In questo modo Obama ha annunciato un’intenzione militare senza praticarla. L’obbiettivo era quello di “spaventare” i partner internazionali riottosi e soprattutto quello di volare a San Pietroburgo a per convincere Putin che nessuno intende compromettere la decennale amicizia Mosca-Damasco. Ma che al tempo stesso a nessuno conviene avere amici che utilizzano armi chimiche contro donne e bambini.

Fallita del tutto questa prima opzione (e su questo si potrebbe aprire un dibattito sulla gestione obamiana del vertice russo) resta solo l’opzione militare.

Un’opzione militare che, proprio perché si teme quel cambio di regime di cui sopra, deve essere tesa a spaventare Assad e “dargli una lezione”. Spingerlo nella pratica a non usare più certi mezzi. Dal punto di vista strettamente pratico dunque possiamo dire che l’intervento dovrà basarsi su due linee guida principali: dal punto di vista politico deve ricalcare il precedente della Prima Guerra del Golfo, tesa seppur implicitamente a non cambiare il regime iraqeno ma intervenendo militarmente. Dal punto di vista militare invece si dovrà ricalcare l’intervento della comunità internazionale nel corso della Guerra Civile Libica del 2011. Rifacendosi alla risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, imponendo una no-fly zone per evitare minacce per gli Stati Uniti e per i paesi dell’area e una no-fly zone plus tesa a vietare l’ingresso di soldati statunitensi ed alleati sul suolo siriano.

Per quanto realista, questo è l’unico schema possibile. Perché il tempo della diplomazia sembra esser finito da un bel pezzo.