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Le Femen vanno in pezzi

L'attivista tunisina Amina Tyler ha lasciato il collettivo femminista Femen accusandolo di islamofobia

Immagine di copertina

Adesso che anche Amina Tyler le ha abbandonate, le attiviste in topless di Femen – e le loro leader Anna Hutsol e Inna Shevchenko – dovrebbero chiedersi se non sia il caso di cambiare strategia.

L’attivista tunisina Amina – finita sotto i riflettori per aver affrontato la galera e le minacce dei salafiti posando a seni nudi su Facebook – non era una figura di poco conto per il movimento. Anzi, ne era progressivamente divenuta il feticcio: non solo perché negli ultimi mesi quasi tutte le azioni delle Femen erano mirate a reclamarne la liberazione , ma soprattutto perché la ragazza aveva fornito il casus belli per lanciare l’offensiva contro quello che le amazzoni di Inna Shevchenko consideravano da sempre un nemico naturale: l’Islam.

Sventolando la bandiera di Amina, le Femen hanno preso di petto il mondo musulmano fra “topless jihad”, irruzioni nelle moschee e chiamate alle armi contro l’islamismo.

Perciò è sommamente ironico che Amina , ormai fuori dal carcere, abbia annunciato ieri all’HuffPost maghrebino il suo distacco dalle Femen, accusandole di islamofobia e scarso rispetto per la religione – oltre che di opacità in materia di finanziamenti (“Potrebbero essere finanziate da Israele” è stata l’allusione della ex Femen tunisina).

Non è il primo scisma all’interno del movimento. A maggio, sul sito delle Femen era apparso l’annuncio dell’espulsione della sezione brasiliana del movimento, capitanata dalla ventenne di São Carlos Sara Winter. Winter era stata una delle prime Femen non ucraine e il suo manipolo di brasileiras in topless aveva un’importanza strategica per l’imminenza dei mondiali di calcio in Brasile: una manifestazione che avrà forti ripercussioni sul fenomeno del turismo sessuale e che quindi le Femen  – come già fecero con gli Europei in Ucraina –  probabilmente boicotteranno. Le ragioni addotte dalle Femen per il ripudio della Winter avevano a che fare con presunti “fallimenti organizzativi e abusi finanziari”.

Sara Winter aveva ribattuto che, in realtà, fra i vari motivi della rottura c’era stata la richiesta di Inna Shevchenko di vandalizzare il Cristo Redentore di Rio pitturandolo con il logo delle Femen.

Le Femen hanno un problema. E non riguarda tanto i ragionevoli dubbi sull’origine dei loro finanziamenti (le amazzoni spendono troppo in viaggi e avvocati per essere un gruppo che vive di sole donazioni volontarie) , quanto la loro incapacità di diventare un movimento davvero globale. Un’incapacità che è frutto della scelta di imporre un unico modello di azione in tutti i paesi in cui le Femen hanno aperto una sezione.

In altre parole, visto che le fondatrici ucraine ritengono che la religione sia strumento del maschilismo (la leader Inna Shevchenko lo ha illustrato segando una croce monumentale nel centro di Kiev), esse pretendono che  tutte le  attiviste a seni nudi si scaglino contro la religione più diffusa nel loro paese.

Ma se l’idea può funzionare in Francia, Germania o Spagna, altrove le cose non sono così semplici. Amina è sicuramente un’avversaria dei fondamentalisti islamici, ma non vuol dire che sia contro l’Islam tout-court; parimenti non si può pretendere che un collettivo che agisce nel cattolicissimo Brasile prenda pennello e vernice per imbrattare un monumento cristiano. Gesti del genere sono clamore fine a se stesso, nonché il modo migliore per alienarsi totalmente l’appoggio della popolazione.

E in fondo il vero problema delle Femen è questo: cercare sempre la prima pagina lasciando in secondo piano la ricerca di un supporto popolare, che sarebbe vitale per un movimento davvero interessato a cambiare le cose. E’ triste constatare che questa sia per certi versi un’involuzione rispetto agli inizi, quando le Femen accarezzavano l’idea di farsi eleggere in Parlamento. Una voglia di agire nelle istituzioni che rivelava maggior concretezza – peccato che sia andata perduta.