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Le donne di Mr Cameron

Il premier si schiera contro le tradizioni più conservatrici. E rilancia le donne in politica. Ma solo per calcolo elettorale

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Li trovi seduti su una poltrona elegante di velluto color bordeaux. Fumano sigari e bevono rum. Sono vestiti bene ma rigorosamente sfatti. C’è chi parla di affari davanti a un roastbeef freddo con salsa senape, oppure chi gioca a carte e tira di biliardo. Il passatempo preferito è tenersi informati su tutto e tutti.

Non sono solo aristocratici impettiti provenienti da Eton, Oxford e Cambridge, ma anche nuoveaux riches dell’alta classe imprenditoriale britannica. Per un totale di 3 mila soci almeno. Di più: un quarto di parlamentari conservatori, compreso il presidente della Corte suprema, fa parte di questa piccola cerchia ristretta ed elitaria.

Sono i club per soli uomini di Londra, tradizionale bastione conservatore dell’aristocrazia inglese. In tutta la metropoli se ne contano cinquanta circa, la metà dei quali storici e prestigiosi. Confinano l’uno con l’altro e fanno a gara per chi ha il catering più buono o i vini più invecchiati. L’area tra St. James street e Pall Mall, a due passi da Trafalgar Square, è conosciuta come ‘Clubland’.

Dentro c’è di tutto: sale da pranzo, biblioteche, stanze private per gli ospiti, palestre-spa, piano bar e persino discoteche. Almeno dieci club non ammettono donne: il Beefsteak e il White’s – quartier generale informale dei Tory nel 1783 e ancora oggi legato ai conservatori – nemmeno come ospiti.

Mentre al Boodle’s (dove Winston Churchill fumava il sigaro), all’East India, al Garrick (dove fino a qualche tempo fa le donne dovevano passare per la scala di servizio sul retro), al Savage, al Turf (quello di William e Harry), al Pratt’s (sul cui pavimento c’è la testa di un rinoceronte e appesi alla parete fucili da caccia, un altro illustre passatempo dei signori di Londra), al Travellers e al Savile possono accedere di tanto in tanto purché siano rigorosamente non iscritte.

E proprio per questo, recentemente, il premier inglese David Cameron li ha definiti “una cosa antiquata, che guarda più al passato che al futuro”.

È bastato un attimo ed è infuriata la polemica (anche on line) tra i progressisti che guardano al futuro e i beceri conservatori che si rifiutano di accogliere le donne nei loro circoli in nome di valori tradizionali.

Con elettori Tory che si chiedono cosa ci faccia Cameron in un partito conservatore “se non vuole conservare nulla, nemmeno le nostre tradizioni più care”. E altri che segnalano una “misura ormai colma” dopo la svolta persino sulle nozze gay.

Tra gli hardliners contrari all’uscita di Cameron sui club c’è il ministro degli Esteri William Hague. Che recentemente ha definito “stupida” una parlamentare laburista, mentre lo stesso Cameron solo due anni fa ne azzittì un’altra in pubblico con un very english “calm down, my dear” (“calmati mia cara”).

Un comportamento che bene inquadra la forma mentis dei conservatori più incalliti e la loro posizione sulla discesa in politica delle donne. I numeri parlano chiaro: oggi quelle che detengono uffici ministeriali sono solo 23 su 121 (Cameron ha promesso che entro il 2015 diventeranno 40, un terzo).

Così un problema prettamente politico è divenuto anche una spinosa questione sociale: la baronessa Brenda Marjorie Hale di Richmond, l’unica donna nel pool dei magistrati appartenenti alla Corte Suprema (di cui è anche vicepresidente), si è detta turbata dal fatto che così tanti giudici uomini appartengano ancora a questi gentlemen club – e soprattutto che le donne non siano accettate.

In effetti, il vero potere dei club londinesi è la selettività che si riservano: l’autorità di ammettere qualcuno o lasciarlo letteralmente per strada, uomo o donna che sia. Sì, perché anche un signore della City può rimanere fuori, visto che di club solo al femminile a Londra ne esistono ben due.

Il tema è più complesso: Kate Percival, la co-fondatrice di Grace Belgravia (uno dei due club per sole donne), giustifica la politica del sesso unico all’interno dei club precisando che il femminismo non c’entra nulla e che il solo sentimento che anima il suo bel circolo nel quartiere più esclusivo della città è quello del benessere e di uno spazio comune per le signore.

Lo stesso vale per gli uomini, come commentano in coro i più vicini al premier Cameron: “Riunire una cerchia ristretta di soli uomini all’interno di quattro mura private è tutto fuorché illegittimo. Non è una discriminazione di genere, ma una tradizione anglosassone.”.

Oltretutto, per via di una stravaganza nell’Equality Act del 2010 i circoli di sesso unico possono mantenere il proprio status esclusivo e non devono rendere conto sulle restrizioni di genere. Tradotto: possono fare come meglio credono.

Ma allora come mai il premier Cameron, pur dovendo fare i conti con un maschilismo aprioristico insito nel dna del suo partito, ha fatto dietrofront aprendo alle donne nei club per soli uomini?

La sensazione generale è che il primo ministro voglia avvicinare il mondo femminile. E, per farlo, quale migliore occasione dei club inaccessibili alle donne ma che hanno un peso politico meno rilevante di una nomina?

Tra l’altro i sondaggi vedono Cameron in difficoltà (da oltre 3 anni al potere, il suo partito è 3 punti dietro il Labour), stretto da una parte per i tagli imposti a quasi tutti i settori pubblici del paese e dall’altra avvolto in una dannosa coltre di ambiguità: la casta politica e lavativa di Westminster, la violenza in aumento per le strade, la crisi del cibo degli impiegati e gli scandali legati ai suoi uomini (leggasi: Murdoch & Co.). Senza scordare il suo attendismo sull’indipendenza per la Scozia e sul referendum dell’Unione Europea.

Dunque accattivarsi le simpatie dell’elettorato femminile può rivelarsi decisivo. Anche perché i club per soli uomini di Londra sono davvero il retaggio di un’epoca andata.

Non basta: questi club esemplificano al meglio la società britannica. Accedervi è un iter tanto affascinante quanto incredibile. Ci entri solo se introdotto da almeno due membri e, nei casi più estremi, si vota all’unanimità per l’adesione.

Funziona così: io ti presento alla direzione e se rientri in certi parametri (vedi per esempio alla voce ricchezza) vieni accettato, altrimenti sei fuori. I soci esprimono la loro preferenza tramite il blackballing, ciascuno vota con una boccia: se è bianca l’esito è positivo, altrimenti nera.

Far parte di uno di questi palazzetti esclusivi e chic è difficile: le liste d’attesa possono durare anche 9 anni. Ma una volta dentro, i privilegi sono di ogni tipo. Le male lingue di Whiteall, il lungo viale degli uffici ministeriali e governativi dietro Westminster, riferiscono che la camera bassa del parlamento inglese (quella dei Comuni) sia addirittura il miglior club di Londra. Ma solo per chi non fa parte di qualche circolo privato, appunto. Veri e propri paradisi sociali, dove gli uomini sono sempre in maggioranza.

A guardar bene, però, i gentlemen club non sono covi per riunioni politiche e luoghi dove vengono partorite precise strategie di partito. Funzionano piuttosto da congelatori di idee da tramandare negli anni di generazione in generazione. Paradigma ed espressione sociale di una casta politica persistente tra i corridoi di Westminster.

Sono il luogo ideale per fare e mantenere contatti. Soprattutto, rappresentano l’habitat ideale per ripristinare quei contesti sociali che i senior members, i veterani, frequentavano da giovani nelle boarding school di lusso (i licei a sesso unico con i dormitori). È il continuamento di un’infanzia mai perduta tutta al maschile. Nei circoli tornano tutti bambini: tranne i veri Lords, si tirano il cibo, urlano e si azzuffano. Se ne infischiano della loro dignità perché si conoscono tutti da troppo tempo.

C’è addirittura chi ha paragonato i club di Londra alle banche svizzere per la segretezza che li contraddistingue. Il più antico di tutti è il White’s (1693), fondato dall’italiano Francesco Bianco (da cui il nome) con l’intento di vendere cioccolato. Metà dei suoi soci vengono da Eton – lo staff è perlopiù asiatico, a maggioranza di Seychelles – e fu a lungo associato ai Tory (il padre di Cameron ne era presidente, mentre il figlio David ne è stato membro per 15 anni).

Al Carlton club (che si descrive come il “più antico e importante club conservatore” ma bombardato nel 1940 dalla Luftwaffe nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale), il leader dei Tory è un membro onorario, mentre al Boodle’s ai tempi d’oro i facchini portavano ai clienti i giornali stirati e bollivano le monete per disinfettarle. Ora ci si ‘accontenta’ di due impiegati ad hoc per l’argenteria e una bottiglia di vino in media costa 1,300 euro.

Seguono il celebre Reform Club, nato dalla riforma elettorale del 1832, e il Pratt’s: dove tutti i camerieri, per convenienza, sono chiamati George così che ciascun membro non debba scomodarsi di ricordarne il vero nome.

La quota annuale d’appartenenza a ciascuno di questi gentlemen club in media costa 1.300 euro l’anno e, per i club più prestigiosi, si pagano 1.000 euro una tantum solo di iscrizione. Le donne, quando possono, entrano solo in alcuni giorni della settimana. Fino a qualche anno fa, al Garrick club non erano ammesse al bar prima delle 9 di sera.

Mangiavano nella sala intitolata a ‘Winnie the Pooh’ perché l’autore originale del romanzo, Alan Alexander Milne, lasciò tutto in eredità al circolo di Covent Garden. La vicenda diventò presto motivo di ulteriore scherno: all’interno del club girava la battuta di poco gusto secondo cui le donne dovevano mangiare nella ‘poo room’ (‘la stanza della cacca’).

Così, nel vendere al grande pubblico la sua posizione a favore delle donne, Cameron è andato volontariamente contro i suoi più intimi interessi. Si è schierato cioè contro quello stesso mondo che lo ha prodotto. Forse più per calcolo che per convinzione. Un avvertimento all’attuale sindaco di Londra Boris Johnson, papabile candidato conservatore alla corsa per Downing Street.

*Una copia dell’articolo di Giulio Gambino “Basta coi club per soli uomini” è pubblicata da pagina 76-78 su l’Espresso 16-22 agosto 2013