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Capro Espiatorio

Il coup contro Morsi si trasforma in una caccia ai palestinesi

Immagine di copertina

Yousef vuole tornarsene a casa sua dopo il lungo e faticoso viaggio che dalla Nuova Zelanda lo ha condotto al Cairo. Ad attenderlo in terra egiziana, una spiacevole e inaspettata notizia. Il valico di Rafah è chiuso per motivi “di sicurezza” e lui, in possesso di un passaporto palestinese, non può viaggiare verso la Striscia fino a data da destinarsi. Un’unica soluzione: volare a Kuala Lumpur, Malesia.

Nel frattempo la situazione all’interno della minuscola ma sovraffollata lingua di terra è critica. “Tutto si è fermato all’improvviso,” dice Khalil, manovale in una ditta di costruzione di Gaza City al “The Guardian”. “Né cemento, né ghiaia o metallo passano più attraverso i tunnel. I prezzi dei materiali disponibili sono saliti alle stelle e il mio padrone, non potendo permetterseli, ha dovuto licenziare tanti tra i miei colleghi.”

A vivere da palestinesi nell’Egitto di oggi, infine, non c’è nulla da guadagnarci. “Il deposto presidente Mohammed Morsi,” afferma l’ospite di un programma andato in onda sul canale egiziano al-Kahera Wal Nas, “è originariamente palestinese.” La campagna anti-Fratelli Musulmani di queste ultime settimane ha messo in moto un processo di discriminazione collettiva contro i cittadini del partito ‘fratello’ Hamas.

Poco importa, allora, da che parte si voglia affrontare la questione. I palestinesi della Striscia stanno vivendo sulla loro pelle, e non positivamente, il cambio di governo in Egitto successivo al rovesciamento del presidente Morsi per mano militare.

Caduto Mubarak nel 2011 i palestinesi iniziarono a respirare di nuovo. Dopo anni in cui la popolazione di Gaza si trovava stretta nella morsa tra un irreprensibile governo israeliano da un lato, e il regime egiziano avverso a Hamas dall’altro, l’apertura permanente del confine di Rafah fu un toccasana.

Così l’improvvisa chiusura del valico avvenuta il 3 luglio ha riportato i palestinesi agli anni bui seguiti all’insediamento di Hamas nella Striscia nel 2006, anni caratterizzati dal blocco pressoché totale di Gaza sia via mare che terra.

“La chiusura di Rafah arriva anni dopo il blocco (israeliano), che ha visto un orrendo declino nelle condizioni a Gaza,” dice Chris Gunness dell’Agenzia ONU per i rifugiati (UNRWA) al “The Guardian”. “Le restrizioni ammontano a una punizione collettiva illegale secondo la legge internazionale.”

L’ultimo scherzetto giocato ai palestinesi è l’esser rimandati al porto d’origine, a loro spese, una volta atterrati all’aeroporto del Cairo nella lunga strada verso Gaza.

Yousef Aljamal, scrittore palestinese, ha sostato quasi due settimane a Kuala Lumpur prima di poter rientrare in patria. Durante il soggiorno malese riporta di aver assistito a una situazione paradossale, con “palestinesi rispediti in Algeria, Giordania, Pakistan, Tunisia, Canada e Malesia.”

Le motivazioni addotte dal governo egiziano per una mossa così impopolare sono di ordine difensivo. Nelle ultime due settimane si sono verificati attacchi a posti militari e di controllo nell’instabile penisola del Sinai ad opera di islamisti di dubbia provenienza, e ciò sarebbe sufficiente a interrompere qualunque scambio con Gaza.

Sebbene il valico sia stato riaperto quattro ore al giorno, per “consentire il passaggio di pazienti rimasti bloccati, casi umanitari o stranieri,” come dice una fonte governativa egiziana all’egiziano “Ahram”, ci sono ancora migliaia di palestinesi in attesa di rimpatrio. Nel frattempo il flusso di persone e beni dalla Striscia ammonta a meno di un terzo di quello d’inizio anno.

Strettamente collegata alla volente, o non volente, dipendenza palestinese nei confronti dell’Egitto, è la questione delle migliaia di tunnel illegali a cavallo tra le due terre.

Nel picco del commercio al mercato nero tra Gaza e l’Egitto si stimavano più di un migliaio di tunnel e 7000 dipendenti al loro servizio – con un’entrata mensile a Hamas, tra tasse e permessi, di milioni di dollari. Negli ultimi mesi, prima per il disperato tentativo di estendere il controllo su un Sinai allo sbando, poi per arginare il contrabbando di armi e di combattenti jihadisti, l’Egitto ne avrebbe chiuso quasi l’80%.

Visto e considerato che i tunnel hanno provveduto, fino a qualche mese fa, al 60% del sostentamento di Gaza la situazione corrente è appesa a un filo. Il ministro dell’economia di Hamas, Ala al-Rafati, stima le perdite di giugno a quota $225 milioni, mentre la crisi si riflette sulla gente comune in una drammatica carenza di beni di prima necessità – quali carburante, materiale da costruzione, farina e zucchero.

Spostandoci di là del confine motivo di aspre dispute, dal coup militare la situazione è velocemente degenerata per i palestinesi di stanza in Egitto. La loro immagine pubblica è progressivamente delegittimata tramite campagne mediatiche senza esclusione di colpi.

I palestinesi vengono accusati di sostenere i Fratelli caduti. Ciò è in parte dovuto all’affinità storica che lega le ex autorità egiziane al corrente governo della Striscia, e in parte per i ripetuti attacchi islamisti contro le forze dell’ordine nel Sinai e i sospetti su mercenari palestinesi pagati per creare scompiglio nella capitale.

“Se intervenite negli affari egiziani,” inveisce contro tutti i palestinesi e i siriani il noto presentatore Youssef Hussein su Egyptian ONTV, “sarete picchiati in pubblico, anche se è contrario alla legge.”

“Ovunque vedete un palestinese o un siriano,” afferma il canale tv dell’esercito Pro-Pharaoh, “consegnateli alle forze dell’ordine.”

Il limite tra libertà di espressione e retorica incendiaria è diventato molto labile nel nuovo Egitto. Molte organizzazioni egiziane – tra cui il centro legale di Hisham Mubarak o l’Arabic Network for Human Rights Information – si sono sentite in dovere di pubblicare un documento a più mani, condannando “la falsa informazione sulla quale diversi giornalisti egiziani – come Amro Adib, Lamis Hadidi e Ahmad Moussa – si basano, istigando odio contro i palestinesi.”

La storia si ripete. I colpevoli sono a piede libero e la popolazione palestinese intera diventa il capro espiatorio di un problema che, lungi dall’essere risolto, si ingigantisce e acuisce col passare del tempo.