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Ali che non aveva paura

Storia di una vittima (e di tutte) della protesta turca.

Immagine di copertina

Il nome, fuori dalla Turchia, non dice granché. Eskişehir – letteralmente, la città vecchia – è un centro di media grandezza a poco più di 300 chilometri da Istanbul, nella parte nordoccidentale del Paese. In Turchia è la città universitaria per eccellenza: il suo Ateneo principale, la Anadolu Üniversitesi, è il secondo al mondo per numero di iscritti, con quasi due milioni di studenti. Tra loro, fino a ieri c’era anche una matricola 19enne della facoltà di Lingue, Ali Ismail Korkmaz. In turco, un cognome che significa pressappoco “senza paura”.

Dal 4 giugno, Ali non rispondeva più ai medici né ai familiari. Il giorno prima i suoi amici l’avevano portato all’ospedale di Eskişehir dopo che era stato brutalmente picchiato da un gruppo di civili armati di bastoni, che lo avevano colto mentre cercava di sfuggire ai lacrimogeni e gas urticanti lanciati dalla polizia per disperdere una manifestazione di solidarietà a quelle del parco Gezi. Una squadraccia rimasta ignota nonostante le pressanti richieste di indagare sulla vicenda: delle tre telecamere di sicurezza presenti nella zona dell’aggressione, due sono risultate spente e una, ex post, guasta. Né la polizia, che non ha voluto raccogliere la sua denuncia iniziale, ha saputo finora individuare alcun sospetto. O, per molti, voluto.

Del resto, non aiuta ad aver fiducia il clima di impunità che si sta alimentando in questi giorni. Specie dopo che lo scorso week-end un uomo armato di machete, che aveva seminato il panico tra la folla durante le proteste di Istanbul, è stato rilasciato dalle autorità che lo avevano fermato.

Dall’ospedale Yunus Emre, cui si era rivolto subito dopo l’aggressione, Ali è stato respinto perché non aveva con sé la denuncia alla polizia, che però non l’ha voluta raccogliere. E fino al giorno dopo, nelle ore che forse gli sono state fatali, ha continuato a cercare qualcuno che lo ascoltasse e lo curasse. Quando gli hanno diagnosticato un’emorragia cerebrale al nosocomio pubblico di Eskişehir era già tardi: l’operazione subita in un’altra struttura specializzata in cui era stato trasferito non gli è servita.

Con lui, le vittime della repressione e delle violenze seguite alla protesta nata a piazza Taksim – i martiri di Gezi, come li chiama qualcuno – salgono a cinque. Ma nel simbolico cimitero approntato sull’erba del parco di Istanbul le pietre tombali sono sei, perché il popolo di “Occupy Gezi” ha trovato spazio anche per quella che ricorda Mustafa Sarı, il poliziotto precipitato da un ponte nella provincia meridionale di Adana mentre inseguiva alcuni manifestanti. Un segnale forte e controverso, in decisa controtendenza con la retorica – e la pratica – di polarizzazione su cui insiste il governo di Tayyip Erdoğan: lo stesso che definisce i manifestanti «un manipolo di vandali» e che auspica «una gioventù religiosa».

Ali è stato dichiarato clinicamente morto ieri mattina, poco prima di mezzogiorno. Quando la polizia ha cominciato a lanciargli contro i lacrimogeni, probabilmente ha avuto paura. Quando un gruppo di balordi lo ha aggredito e pestato a sangue, certamente ha avuto paura. Ma scendendo in piazza insieme a decine di migliaia di suoi coetanei (e non solo), invocando un Paese più democratico e più libero, Ali non aveva paura, perché non era solo. A Eskişehir, per accompagnarne il feretro, sono scesi in piazza in migliaia, come nei prossimi giorni accadrà ancora in tutta la Turchia. Senza paura.

 

Questo post è per Medeni Yıldırım, ucciso a 18 anni, Ali Ismail Korkmaz, 19, Mehmet Ayvalıtaş, 20, Abdullah Cömert, 22, Ethem Sarısülük, 26. Questo post è per il futuro della Turchia.

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