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Morsi e la ‘Ribellione’

Il movimento Tamarod, che riunisce i principali gruppi di opposizione, è sceso in piazza per chiedere le dimissioni di Morsi

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Un anno di governo è passato e milioni di egiziani sono scesi in piazza per chiedere la caduta di un’autorità che, eletta democraticamente, ha brevemente portato l’Egitto al tracollo. Rivoluzionari dalle diverse compagini politiche e sociali si erano riuniti l’1 maggio scorso nella piazza della Rivoluzione, invocando ‘Tamarod’ (Ribellione). Hanno le idee chiare. Il loro obiettivo primario è rovesciare il governo di Morsi e riprendersi le redini del Paese.

“La nostra petizione si basa sulle principali lamentele fatte dalla gente,” spiega uno dei giovani fondatori di Tamarod, Hassan Shahin. “La mancanza di sicurezza, l’economia al tracollo, i prestiti elemosinati dall’esterno sono solo alcuni dei principali motivi per i quali siamo risoluti a scacciare Morsi.”

I Fratelli Musulmani hanno fallito nel soddisfare i requisiti necessari per lo sviluppo dell’Egitto. La disoccupazione è salita al 13,2 per cento. Il deficit nelle casse statali ha raggiunto i 22 miliardi di euro. Il debito pubblico ammonta all’80 per cento del prodotto interno lordo, mentre Morsi si ostina a elemosinare soldi da Qatar, Arabia Saudita, Libia o Turchia.

L’Egitto è immobilizzato da giorni da code chilometriche di chi cerca carburante senza successo. L’elettricità non dura più di 4 o 5 ore al giorno in località dove in estate si registrano picchi di calore infernali e i rifornimenti di pane diminuiscono, mentre il prezzo aumenta.

Tamarod è un movimento politicamente e socialmente eterogeneo, che comprende al suo interno, tra gli altri, l’ampio Fronte di Salvezza Nazionale, il movimento del Sei Aprile, membri indipendenti, classi povere o borghesi. Nonostante le anime che lo compongono differiscano tra loro su alcuni punti – come il coinvolgimento della Suprema Corte Costituzionale e di alcuni ex seguaci di Mubarak nel nuovo governo o la richiesta immediata di nuove elezioni – sono tutti concordi nel voler mandare a casa il presidente egiziano. E non lasceranno le piazze fino al raggiungimento dell’auspicato traguardo.

Morsi e i Fratelli Musulmani sono isolati. Fin dagli esordi della sua presidenza Morsi non rispettò le promesse fatte ai compagni rivoluzionari di distribuire le cariche equamente, e decise di allearsi con i salafiti. 

Salafiti e jihadisti salafiti non prenderanno parte alle proteste perché, come spiega il jihadista rivoluzionario Yasser Hegazy, “a meno che non vengano toccate moschee o niqab, o che i Fratelli non attacchino i ribelli con le armi, questo conflitto politico non fa per loro”. Al-Gamaa al-Islamiya ha da poco stretto alleanza con i Fratelli, che hanno accordato loro alcuni governatorati nel recente impasto di governo.

Alcuni salafiti, ex-jihadisti e islamisti moderati, hanno dato alla luce il Fronte degli Islamisti Patrioti. “I Fratelli hanno dimostrato di volere soldi e potere,” afferma Osama Musharraf, rivoluzionario con contatti nel Fronte, “e usano l’Islam a questo scopo. Gli uomini del Fronte credono nell’Egitto come Stato secolare, che rispetti sia i diritti dei musulmani che dei cristiani”.

L’anno scorso Morsi riuscì a far presa su tanti egiziani in cerca di stabilità e di un ruolo di primo piano per l’Islam politico. “Hanno fallito su tutti i fronti,” dice uno dei coordinatori di Tamarod, Hassan Saber. “L’economia è allo sfacelo e hanno perso l’appoggio dei poveri musulmani osservanti, che ora li chiamano Fratelli, e non più Fratelli Musulmani.”

Infine, una buona fetta di votanti nel 2012 pensò fosse meglio accordare il voto a Morsi, uomo nuovo e parte dei Fratelli Musulmani umiliati e maltrattati per anni, che al rappresentante del vecchio regime, Ahmed Shafiq. Ora si è ricreduta.

L’esercito è ‘nemico’ dei Fratelli per antonomasia e il ministro della Difesa Abdel-Fattah El-Sisi ha dato un ultimatum di sole 48 ore al presidente Morsi prima di entrare in azione e proporre una sua road map alternativa. La polizia, dal canto suo, è divisa tra astenuti e ribelli ma anche il ministro degli Interni ha, inaspettatamente, affermato che non vi saranno forze dell’ordine a proteggere il quartier generale e gli uffici dei Fratelli.

Centinaia di tende sono state appiccate a piazza Tahrir e di fronte all’Ittihadiya (Palazzo Presidenziale), numerose sono state le marce pacifiche di egiziani sparse per la capitale. 

“Non abbiamo intenzione di mollare. Ma sappiamo che il presidente Morsi potrebbe decidere di lasciare il Paese o di resistere militarmente; l’esercito potrebbe spaccarsi in due e tentare un colpo militare e i Fratelli Musulmani potrebbero continuare con i loro atti di violenza e spargimento di sangue”, spiega l’ex diplomatico e coordinatore per le misure di sicurezza di Tamarod, Yehya Negm.