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L’Italia e i derivati

Un rapporto del ministero dell'Economia rivela le cupe tattiche finanziarie usate alla fine degli anni Novanta

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Un rapporto confidenziale del ministero dell’Economia italiano, presentato all’inizio di quest’anno per la Corte dei Conti, ha gettato per alcune ore di ieri un luce cupa sulle tattiche finanziarie che hanno consentito al Paese indebitato di entrare nell’Euro nel 1999.

Nelle 29 pagine ottenute ieri da Financial Times e Repubblica si sospetta che al tempo il Tesoro, a corto di liquidi, abbia scaglionato i pagamenti verso le banche estere per un periodo più lungo, ma, in alcuni casi, a condizioni più svantaggiose, tramite la stipulazione di contratti contenenti derivati.

Questo avrebbe costretto l’Italia a portarsi dietro ancora fino a oggi in bilancio perdite potenziali per otto miliardi di euro, proprio al culmine della recente crisi della zona euro, secondo quanto riportato ieri dai due quotidiani.

Gli esperti hanno detto che l’origine delle operazioni sembra risalire alla fine degli anni Novanta, quando per entrare nell’euro il governo avrebbe ottenuto pagamenti anticipati dalle banche al fine di soddisfare gli obiettivi di disavanzo fissati dalla Ue, così da far parte della prima ondata di 11 Paesi a far parte dell’euro nel 1999. Tre esperti indipendenti consultati dal Financial Times hanno calcolato il costo di queste operazioni, concludendo che il Tesoro ha affrontato ancora a inizio 2012 un negativo di circa otto miliardi di euro, una cifra sorprendentemente alta.

Il Financial Times ha ricordato anche che l’anno scorso la rivista Der Spiegel aveva ottenuti documenti ufficiali che dimostrano come nel 1998 Helmut Kohl, allora cancelliere, avesse ignorato per motivi politici gli avvertimenti dei suoi esperti sull’Italia, ben lontana dal soddisfare i criteri del Trattato di Maastricht per l’ingresso nell’Euro.

Alcuni funzionari italiani, tra cui l’ex ministro delle Finanze Giulio Tremonti, hanno detto che l’Unione europea era a conoscenza dell’ impiego degli strumenti derivati per l’ingresso dell’Italia nell’Euro.

Il Tesoro italiano ha negato che i derivati risalenti agli anni 1990 pongano un rischio per la stabilità delle finanze pubbliche. I derivati sono stati utilizzati come un mezzo standard di copertura contro i rischi di cambio e di tasso di interesse. Tali assicurazioni hanno un costo standard giustificato dalla protezione fornita contro più gravi perdite potenziali. I sospetti che l’Italia abbia utilizzato contratti derivati per soddisfare i criteri della moneta unica nel 1999 sono “assolutamente privi di fondamento”.