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Il missionario e il maestrino
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Il missionario e il maestrino

Ricordi semplici di un protagonista dell'indipendenza africana.

03 Giu. 2013

Nel 1955 padre Arthur Wille, allora un giovane missionario americano trentenne dei Padri di Maryknoll, arrivato in Africa solo quattro anni prima, fu incaricato dal vescovo di Musoma, in Tanzania (allora Tanganyika) di aprire una missione fra la gente Zanaki, un gruppo etnico la cui lingua non era mai stata scritta. Fra gli Zanaki c’era solo una famiglia cristiana, un giovane maestro con moglie e due figli. L’amministrazione coloniale inglese qualche mese prima lo aveva sospeso dall’insegnamento perché aveva fondato un partito per l’auto-determinazione della colonia. Il vescovo suggerì a padre Arthur di pagare un salario al maestrino disoccupato, per permettergli di mantenere dignitosamente la famiglia. Così padre Arthur incontrò Julius Kambarage Nyerere, futuro primo presidente della Tanzania, oggi venerato come Mwalimu e Baba wa Taifa, Maestro e Padre della Nazione, e fu l’inizio di un’amicizia che durò tutta la vita.

Oggi padre Arthur non è lontano dai novant’anni, ed è sempre felice quando può parlare del suo amico Julius. “Gli piaceva raccontarmi della sua vita da bambino, nel villaggio di Butiama dove era nato nel 1922, in un giorno in cui diluviava. Il padre, che era il capo degli Zanaki, lo chiamò Kambarage, il nome dell’ancestrale spirito delle piogge. Crebbe in una semplice capanna tradizionale, portando al pascolo le capre della mamma. Il padre non voleva mandarlo a scuola, ma un amico che aveva notato quanto il ragazzino fosse abile nel giocare al bao (un gioco tradizionale diffuso in tutta l’Africa paragonabile agli scacchi) insistette che lo mandasse alla scuola di Musoma appena aperta dall’amministrazione coloniale”.

Com’è che Nyerere diventò cattolico e che relazione ebbe con la sua fede? “Per caso. Julius raccontava sempre che un giorno a scuola il suo amico Oswald lo prese per mano e lo invitò ad andare con lui ad una lezione di catechismo. Andò, e non si voltò più indietro. Aveva trovato casa. Dopo il battesimo e gli studi pensò di diventare prete, ma furono i padri ad insistere che piuttosto si impegnasse in politica, dove dimostrava di avere non comuni doti di leader. Amava profondamente il suo paese. I padri dovettero insistere con lui perché accettasse una borsa di studio in Scozia. Temeva di tornare occidentalizzato”.

Nyerere dovette affrontare molte difficoltà nel suo ruolo di presidente. Ha avuto il grande dono dell’autoironia e di saper correggere i suoi errori, e non temeva di analizzare i suoi fallimenti. Gli storici avranno molto da fare per giudicare le sue azioni politiche come presidente della Tanzania durante i 24 anni in cui fu in carica: l’ammutinamento dell’esercito nel 1964; la rivoluzione di Zanzibar; l’unione di Tanganica e Zanzibar per creare la Tanzania, la scelta dello swahili come lingua nazionale, l’abolizione del capi tradizionali, l’opposizione all’apartheid in Sud Africa e Zimbabwe, la guerra contro Idi Amin in Uganda, i controversi risultati delle sue politiche agricole.

Mentre Nyerere era in carica Padre Arthur lo vide più raramente, solo quando andava in vacanza a Butiama. Nelle loro conversazioni il Mwalimu continuò ad accalorarsi quando parlava di questioni di giustizia e pace per il suo popolo e la gente dell’Africa in generale. Il padre-alunno pensa che “Nyerere era completamente dedicato al benessere di tutti gli abitanti del paese. Sono sicuro che questa considerazione era per lui la più importante ogni volta che doveva prendere una decisione. Ha combattuto ogni forma di corruzione. Il suo esempio personale di integrità è una grande eredità che ha lasciato il suo popolo. Egli è stato un marito fedele e un padre devoto. Voleva che i suoi figli crescessero come tutti i bambini in Tanzania. Non voleva farne dei privilegiati”.

Lasciato il potere e ritiratosi a Butiama, Nyerere frequentava regolarmente la messa nella sua parrocchia. Voleva essere solo uno dei parrocchiani, senza alcuna distinzione. Padre Arthur racconta con gusto un piccolo incidente che mostra la sua delicata attenzione ai sentimenti degli altri. “Un seminarista di un’altra diocesi della Tanzania stava facendo un po di servizio a Butiama, e il parroco gli chiese di predicare la domenica successiva, in occasione della giornata missionaria mondiale. Il seminarista si preparò con cura ma quando la domenica mattina si vide il pensionato Julius Nyerere seduto in prima fila, a pochi passi davanti a lui, si lascio prendere dal panico. Riusci a malapena a balbettare “oggi è la giornata missionaria mondiale. Quando pensiamo aii missionari pensiamo ai Wazungu (Swahili per “europei” o persone bianche). Ma siamo tutti missionari. Tutti, ogni cattolico, deve fare qualcosa per diffondere la fede”. Tremando, si fece il segno della croce e si sedette. Era mortificato e pensava che il suo sermone fosse stato un fallimento totale. Alcuni mesi dopo, quando il seminarista ritornò a Butiama per un altro periodo, un messaggero arrivò in canonica con un invito di Nyerere al seminarista di andare a casa sua per cena. Intorno al tavolo imbandito col solito semplice cibo di tuti i contadini di Butiama, con il presidente-pensionato e sua moglie Maria c’era un nugolo di bambini, i loro nipoti. Nyerere disse ad uno dei piccoli, “Jimmy, di tu la preghiera”. Jimmy fece il segno della croce e recitò la benedizione del cibo. Quando finì Nyerere si rivolse al seminarista dicendo: “Ndugu (fratello in swahili), questo è il risultato delle tue parole. Quella domenica mi sono accorto che non ho fatto molto per trasmettere la mia fede, e da allora insegno le preghiere ai miei nipotini”.

Però padre Arthur sottolinea che Nyerere insegnò e incoraggiò tutti a rispettare le convinzioni religiose degli altri. Aveva contribuito a raccogliere fondi per costruire una chiesa a Butiama e il giorno in cui la chiesa fu benedetta era raggiante, ma quando gli venne chiesto di parlare, disse solo che i cattolici adesso dovevano aiutare i musulmani di Butiama a costruire una moschea, cosi che anch’essi potessero avere un luogo di culto.

Oggi, 3 giugno, la chiesa cattolica ha ricordato i Martiri d’Uganda, 22 ragazzi africani che nel 1886 preferirono morire piuttosto di rinnegare la fede come voleva il loro re Mwanga II, convertitosi al musulmanesimo. Beatificati nel 1920 e proclamati santi da Paolo VI nel 1964, anche loro hanno vissuto sulle sponde di quel lago Vittoria dove si affacciano Musoma e Butiama. Anche per Nyerere c’è in corso un processo di beatificazione. Ci si possono porre delle domande sull’opportunità di un tale processo, molti cattolici infatti anche in Tanzania temono che il fare di Nyerere un santo della chiesa cattolica ne possa danneggiare la figura di padre della nazione, facendolo percepire alle generazioni future come una persona di parte. Potrebbe anche essere un’opportunità per abbattere le barriere. Perché i santi, come tutte le persone autentiche, non creano mai barriere, creano comunione. 

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