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Gli scontri di Istanbul

Le violenze degli ultimi giorni sono state lo sfogo di una serie di decisioni impopolari da parte del governo

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Dopo giorni di violenti scontri con la polizia, migliaia di manifestanti controllano da ieri la piazza principale di Istanbul, protestando contro un governo sempre più autoritario. Durante la terza notte di scontri pensiline, pavimentazioni in pietra e cartelli stradali sono stati strappati dai manifestanti per barricare le strade principali della capitale.

Le strade intorno all’ufficio del primo ministro turco Erdogan sono state bloccate dalla polizia, che ha sparato gas lacrimogeni per respingere i manifestanti nelle prime ore di oggi.

Così quella che una settimana fa era iniziata come una dimostrazione pacifica relativamente piccola è poi degenerata rapidamente in una nelle più grandi e violente proteste anti-governative viste in Turchia negli ultimi 10 anni.

Le proteste si sono diffuse in ben 67 province di tutta la Turchia. Il bilancio ufficiale del Ministero degli Interni parla di 58 feriti tra i civili e 115 tra gli agenti della polizia. Le violenze, dovute alla pesante risposta delle forze dell’ordine con cariche e gas lacrimogeni, hanno causato finora danni per 8 milioni di euro con 100 veicoli della polizia, 94 negozi e decine di auto danneggiate da venerdì.

Amnesty International ieri mattina ha condannato “l’uso eccessivo della forza” da parte della polizia e denunciato la morte di due persone. Sirin Ünal, deputato del partito al governo, ha fatto infuriare i manifestanti a Instanbul per aver twittato: “Sembra che alcune persone avessero bisogno di gas. Se lasciate la piazza vi auguro una buona giornata. Si deve obbedire al sistema”. I social network hanno svolto un ruolo fondamentale nella rivolta: l’hashtag #OccupyGezi è stato tra i più twittati a livello mondiale nella giornata di sabato.

Le manifestazioni sono iniziate a seguito dell’approvazione di un progetto che avrebbe trasformato piazza Taksim a Istanbul in un centro commerciale. Il progetto, portato avanti senza alcuna consultazione pubblica, spazzerà via uno dei pochi spazi verdi rimasti nella zona.

Ma il piano di piazza Taksim è solo la punta dell’iceberg di una serie di decisioni impopolari del governo imposte dall’alto: la costruzione di un nuovo aeroporto a Istanbul che comporterà l’abbattimento di oltre 300 mila alberi; un nuovo gigantesco ponte accanto allo storico ponte di Galata, uno dei più vecchi monumenti architettonici di Istanbul, che verrà intitolato al controverso sultano ottomano Selim, ricordato per il massacro di decine di migliaia di aleviti, la più grande minoranza religiosa della Turchia; l’accordo raggiunto per la costruzione di un nuovo sito nucleare, nonostante la forte opposizione al nucleare della maggioranza della popolazione; le severe restrizioni su consumo e vendita di alcolici per far crescere le nuove generazioni secondo la cultura turco-islamica.

L’entrata in vigore della legge marziale a Istanbul, al fine di vietare alla gente di celebrare il Primo Maggio in Piazza Taksim, è stata infine la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La polizia e il governatore di Istanbul hanno bloccato tutti i traghetti sul Bosforo e fermato tutti i servizi bus e metro da e per il quartiere di Taksim, oltre a scatenare ondate di gas lacrimogeni sui 3 mila manifestanti riuniti nella piazza.

I drammatici eventi non sono stati coperti dai principali media turchi, esponendoli ad accuse di complicità col governo per l’imposizione di un blackout sulle proteste. La mancanza di libertà di espressione in Turchia è da tempo denunciata da molte Ong in difesa dei diritti umani.

Per molti turchi Erdogan aspira a incoronare se stesso come il nuovo sultano della Turchia. Il progetto politico chiave del primo ministro è quello di promulgare una nuova costituzione e diventare il primo presidente eletto direttamente del Paese con forti poteri esecutivi.

Ma Erdogan è ancora uno dei politici più popolari della Turchia e il suo partito beneficia ancora della mancanza di una opposizione coerente e forte che lo possa sfidare alle urne.