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Facebook, il flop inatteso
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Facebook, il flop inatteso

A un anno di distanza dal debutto in Borsa, le azioni di Facebook hanno subito un calo vertiginoso

22 Mag. 2013

È passato più un anno dal controverso debutto in Borsa di Facebook. La supposta Ipo del secolo si è trasformata in una débâcle per gli investitori che da allora hanno visto il valore del social network ridursi di 31 miliardi di euro e ha spento sul nascere una possibile (o solo immaginata) nuova bolla dotcom.

Ben pochi si sarebbero aspettati un simile esito nei giorni che precedevano l’Ipo (Initial Public Offering o Offerta pubblica iniziale) del 17 maggio 2012, quando l’arrivo del più grande social network del mondo al Nasdaq era seguito con trepidante attesa da addetti ai lavori e non, convinti di avere tra le mani una nuova Google. Il fondatore Mark Zuckerberg aveva resistito per anni alla tentazione di vendere le sue quote al pubblico, per timore di perdere il controllo della società a fondi o altri “barbari” che non avessero un contatto diretto con la realtà di Palo Alto e potrebbero averlo costretto ad annacquare la sua visione.

Era difficile tuttavia tenere Wall Street lontana dalla società più promettente nel nascente Web 2.0. A inizio 2011 Goldman Sachs riuscì in parte a soddisfare l’enorme domanda per entrare nella società di Zuckerberg, creando un veicolo che le permise di vendere titoli dell’azienda privatamente, senza transitare per una borsa regolamentata. All’epoca le quote vendute erano solo il 3 per cento del totale ma l’operazione fece scalpore perché rivelò quanto molti investitori volessero entrare in una società di cui non si avevano a disposizione neanche le informazioni di bilancio.

Quando si arrivò all’Ipo del 2012 tutto era pronto al debutto del secolo e Facebook sfruttò l’enorme interesse nei suoi confronti per strappare dagli investitori un prezzo di 30 euro per azione, che valutava l’intera società alla ragguardevole cifra di 80 miliardi di euro. L’illusione durò ben poco: dopo due giorni il titolo che non poteva cadere crollò a 24 euro per azione, bruciando 15 miliardi di euro in 10 ore di scambi effettive. Oggi il prezzo si aggira intorno ai 20 euro per azione e l’impresa vale ben 31 miliardi di euro in meno.

Diversi finirono sul banco degli imputati per l’insuccesso: furono incolpati il Nasdaq per i problemi tecnici che i suoi sistemi incontrarono nel gestire gli ordini (dovrà pagare una multa di 7,7 milioni di euro per questo), e Morgan Stanley, principale banca d’investimento incaricata dell’operazione, condannata a pagare una multa di 3,8 milioni di euro per aver condizionato gli analisti prima dell’offerta pubblica. A oggi molti operatori di mercato ancora si sentono delusi e increduli per gli eventi dello scorso anno, secondo un sondaggio informale realizato da MarketWatch.

Altri sconfitti di questa vicenda sono tutte le società a vario titolo associate al mondo del tech e del Web 2.0 (Zynga, LinkedIn, Groupon, Yelp), di cui Facebook, agli occhi di Wall Street, fino a un anno fa rappresentava la punta di diamante. La temuta riedizione della bolla dotcom non si è mai materializzata e ogni speculazione in merito si è interrotta dopo il flop di Fb.

Tuttavia per la società oggetto dell’intera vicenda non si può parlare di un insuccesso: i primi azionisti di Facebook sono riusciti a vendere le loro partecipazioni a valori gonfiati e il fondatore Zuckerberg è riuscito a imporre una struttura societaria anomala che gli permette di esercitare la sua leadership a prescindere dai controlli di altri investitori e dalle comuni pratiche di corporate governance, garantendogli la possibilità di continuare a giocare con la sua creatura finché ne ha voglia.

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