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Madri d’Africa
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Madri d’Africa

La nascita di un figlio, nei Paesi in via di sviluppo, è una danza con la morte per milioni di madri, secondo Save the Children

09 Mag. 2013

Il posto peggiore al mondo per dare alla luce e crescere un figlio? La Repubblica Democratica del Congo. Lo dice il rapporto annuale State of the World’s Mothers, pubblicato dall’organizzazione non governativa Save the Children.

Lo studio premia i Paesi del Nord Europa. Finlandia su tutti, seguita da Svezia e Norvegia. Mentre in fondo alla lista ci sono esclusivamente Stati dell’Africa subsahariana: Somalia, Sierra Leone, Mali, Niger, Repubblica Centroafricana, Gambia, Nigeria, Chad e Costa d’Avorio (oltre alla già citata Repubblica Democratica del Congo).

Il rapporto utilizza i dati relativi allo stato di salute delle madri e dei figli, le condizioni in cui le donne partoriscono, il grado di istruzione femminile, le condizioni economiche e quelle politiche del Paese (partecipazione delle donne all’attività politica).

Ogni giorno ottocento donne muoiono durante la gravidanza o il concepimento. E nel mondo, ogni anno, tre milioni di neonati non superano il primo mese di vita. La quasi totalità di questi decessi avviene nei Paesi in via di sviluppo. E se negli ultimi vent’anni si è registrato un declino del tasso di mortalità in tutte le aree del mondo, l’Africa subsahariana resta l’unica regione dove il fenomeno non rallenta. Nascite premature, infezioni, complicazioni post parto sono frequenti nelle aree più povere e remote.

Tra i fattori principali la carenza di strutture sanitarie e personale medico. Nella regione sono presenti in media undici tra dottori, ostetriche e infermiere ogni diecimila persone (la soglia minima per assicurare i servizi essenziali dovrebbe essere di ventitrè). E spesso, anche se presenti, questi servizi sono inaccessibili per motivi logistici o economici. L’Organizzazione mondiale della sanità stima in quaranta milioni il numero di donne che partoriscono senza alcun tipo di assistenza medica. Nell’Africa subsahariana in media una donna su due.

Ma le difficoltà sono legate anche a fattori socio-culturali.

In Africa la condizione sociale della donna è strettamente legata alla sua fertilità. In molte comunità la sua realizzazione è legata alla capacità di procreare e al numero di figli avuti. La sterilità comporta il fallimento sociale. In un continente dove la vita è spesso sopravvivenza e lotta quotidiana contro malattie, fame e natura selvaggia, i figli sono considerati una benedizione divina. Ciò è testimoniato anche dall’artigianato locale, che produce bambole e statue propiziatrici di fertilità.

Cosi succede che la morte di un neonato sia nascosta agli occhi della comunità. In alcune aree rurali della Tanzania, si rinuncia ad esternare pubblicamente il proprio lutto, in modo da evitare le “malelingue” e coinvolgimenti in storie di stregoneria. Le anziane dei villaggi ritengono che “vestirsi a lutto” sarebbe causa di infertilità e morte di futuri bambini. In Nigeria, i neonati morti vengono seppelliti velocemente, in una tomba anonima, senza alcuna cerimonia. E’ vietato piangere, se non “kimoyo moyo” (“nel proprio cuore”).

Anche il basso o inesistente livello di istruzione influisce negativamente. Il ricorso alle cure mediche spesso è l’ultima opzione. E sono diffuse, in Africa e in Asia, pratiche culturali dannose per la salute. In alcuni villaggi dell’Etiopia, per tenere lontani gli spiriti maligni, dopo il parto madre e figlio sono tenuti in isolamento per almeno due settimane.

In Africa, inoltre, è consuetudine sposarsi e avere figli quando si è molto giovani. Nella regione degli Amara, nell’Etiopia centro settentrionale, una ragazza su due si sposa prima di compiere quindici anni. Nelle aree più remote del Niger le “spose-bambine” sono circa l’ottanta per cento. Lo scarso utilizzo di metodi contraccettivi aggrava la loro condizione. Nella regione subsahariana, la media è di cinque figli per ogni madre.

Contribuiscono pure abitudini discriminatorie contro le donne. In molte zone dell’Africa vige un modello di società maschilista, che assegna all’uomo tutte le principali decisioni familiari, e il controllo delle finanze.

Le aree di intervento principali per prevenire i rischi legati alla gravidanza sono, secondo Save the Children, l’istruzione femminile, la nutrizione e il cosiddetto “family planning”.

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