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Il discorso di Elisabetta II
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Il discorso di Elisabetta II

Sotto i gioielli e il cerimoniale, tanta austerity e xenofobia

09 Mag. 2013

Anche quest’anno, il discorso tenuto dalla regina di fronte al Parlamento britannico è stato un tripudio di fasto e pompa magna. Elisabetta era ingioiellata come non mai: per dirla con Simon Hoggart, impietoso columnist del Guardian, “aveva più monili di una dozzina di rapper”. In ossequo alla tradizione, poi, il most gracius speech di Sua Maestà è stato inciso su un vello di capra, e pare che l’inchiostro ci abbia messo tre giorni ad asciugare.

Si sa, quando si tratta di monarchia gli inglesi vanno in visibilio, felici di spendere quaranta milioni di sterline l’anno per i loro regnanti e relativi protocolli. Tuttavia, ieri, la ricchezza del cerimoniale ha reso particolarmente evidente la povertà del discorso in sé.

Quest’ultimo è diventato da tempo un concentrato di formule vuote. A ogni paragrafo Sua Maestà ribadisce che il governo è “suo”, ma lo speech è ovviamente una dichiarazione programmatica preparata punto per punto dall’esecutivo, del quale alla regina tocca fare da riluttante (e palesemente annoiata) portavoce.

La prosa con cui i vari punti vengono presentati, poi, non è esattamente elettrizzante. Elisabetta sarebbe forse apparsa un po’ più nella parte se ancora una volta non fosse stata costretta a recitare una lista di terribili frasi fatte, che secondo un commentatore non erano stilisticamente più coinvolgenti di “un elenco telefonico”.

Così, eccola annunciare soluzioni rivoluzionarie: “La prima priorità del mio governo è rafforzare la competitività della Gran Bretagna”; o “il mio governo continuerà a investire in infrastrutture per creare posti di lavoro e crescita”; o ancora: “Ulteriori misure verranno prese per rafforzare la qualità dell’educazione per i giovani.”

La tremenda ovvietà di gran parte dei graziosi suggerimenti della regina, però, non significa che lo speech non contenesse anche alcuni messaggi tutti politici, che più o meno sottilmente il governo ha voluto mandare alla nazione.

Uno dei punti più commentati, quello sull’immigrazione, così recitava: “Il mio governo porterà avanti una legge per riformare ulteriormente il sistema dell’immigrazione in Gran Bretagna. La legge assicurerà che questo paese attragga le persone che contribuiranno e scoraggi quelle che non lo faranno”. Di nuovo: in principio, niente di più giusto. Ma nel contesto attuale, in cui il partito di estrema destra Ukip è in ascesa galoppante e rischia di erodere il supporto dei Tory, il concetto è chiaro: si preannuncia una stretta all’immigrazione, segno di un cedimento elettoralistico alle pulsioni xenofobe che sempre più si registrano nella società inglese.

Altri passaggi poi, nonostante l’apparente ovvietà, servivano a mascherare una realtà purtroppo ben diversa. Il riferimento, più volte ripetuto, ad una “società più giusta che premia coloro che lavorano duro”, costituisce senza dubbio una bella favola liberale; ma stona non poco con le scelte sul welfare operate dal ministro dell’Economia George Osborne. Proprio ieri, l’Institute for Fiscal Studies ha annunciato che un milione di bambini rischiano di finire in condizioni di povertà in conseguenza dei tagli ai social benefits decisi dal governo nel quadro della sua strategia di austerity. Difficile che tutti quanti provengano da famiglie di scansafatiche.

Insomma, le prospettive per la nazione non appaiono certo delle più rosee, e il governo Cameron cerca di mascherarlo come può: tra formule vuote e soluzioni populistiche, affidate alla regale voce di Sua Maestà.

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