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Il mestiere dell’inviato

L'inviato di "La Storia siamo noi" Amedeo Ricucci racconta come è cambiato il suo lavoro negli ultimi anni

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“Le condizioni generali della sicurezza nel nostro lavoro sono cambiate profondamente negli ultimi 10-15 anni. A partire grosso modo dall’11 settembre, quindi dall’attacco alle Twin Towers, ma anche in conseguenza della rivoluzione tecnologica che sta trasformando il nostro lavoro”.

Amedeo Ricucci, inviato del programma di Rai due “La storia siamo noi”, racconta quanto sia sempre più difficile e pericoloso il mestiere dell’inviato. Lo fa in occasione del Festival internazionale del giornalismo di Perugia, come relatore del panel “Dall’Iraq alla Siria: dieci anni di sfide alla sicurezza dei giornalisti”. A discuterne con lui ci sono la freelance Susan Dabbous, Richard Sambrook (Cardiff School of Journalism), Ruth Sherlock (The Daily Telegraph), Hannah Storm (direttrice Insi) e Paul Wood (Bbc News).

Ricucci è stato di recente trattenuto in Siria, nella zona di Idlib, da Jabhat al-Nusra, un’organizzazione jihadista legata ad al-Qaeda. La sfortunata vicenda ha avuto per protagonisti anche il fotografo Elio Colavolpe, la freelance Susan Dabbous e il documentarista Andrea Vignali. I quattro stavano lavorando al progetto ‘Siria 2.0’, esperimento di giornalismo partecipativo che prevedeva collegamenti quotidiani con alcuni ragazzi di una scuola di San Lazzaro di Savena (Bologna). Una brutta avventura la loro, ma fortunatamente è finita bene.

Continua, invece, l’ansia per Domenico Quirico, inviato de La Stampa, scomparso in Siria da ormai più di 20 giorni. Un’attesa che accende ancor di più i riflettori su quanto stia diventando difficile per i reporter lavorare nei luoghi di guerra. E questo avviene perché il giornalista non è più il perno del sistema informativo. “Fino a 20 anni fa, erano i giornalisti che andavano in zone di guerra a trasformare i fatti in notizie e a fare in modo che di quella guerra si parlasse” spiega Ricucci. “Questo dava molta forza a noi giornalisti e ci consentiva di essere trattati con rispetto dai vari belligeranti che operavano in quel contesto”.

All’epoca, senza il lavoro dei giornalisti, le guerre dimenticate non avrebbero mai trovato spazio nell’agenda dei mass media. Ora invece i belligeranti fanno tutto da soli: scattano foto e le postano su Facebook, girano video e li caricano su Youtube, scrivono articoli e comunicati. Anche se la loro non è informazione, ma propaganda, non hanno più bisogno dei giornalisti. Spesso li considerano spie, com’è accaduto al gruppo guidato da Amedeo Ricucci.

Per mettersi al riparo, per quanto possibile, da questi rischi è importante partire preparati. Questo vale soprattutto per i freelance i quali, a differenza degli inviati di una grande azienda come la Rai, non godono di grandi disponibilità di denaro da usare in caso d’emergenza. “Di corsi ne esistono tanti” afferma Ricucci. “Purtroppo sono a pagamento e costano. Come sindacato e come istituzioni professionali, dovremmo occuparci almeno del problema delle assicurazioni, che è quello più importante”.

È necessario essere pronti sia dal punto di vista psicologico, sia sul piano fisico e operativo, munendosi di giubbotto anti-proiettile, elmetto e abbigliamento adeguato. “La Rai attiva polizze assicurative. Ma la gestione della sicurezza sul campo dipende da me. Sono io il responsabile del team con cui parto. Sono io che mi organizzo con i fixer, i producer e gli interpreti locali”. Nonostante i pericoli corsi, gli inviati si ostinano ad andare nelle terre martoriate dalle guerre, per raccontare quelle storie. Eppure il loro lavoro è valorizzato sempre meno.

In Italia in tempo di crisi, si taglia proprio a partire dal settore degli esteri. Resta da capire quali siano le reali motivazioni, se lo scarso interesse del pubblico o altro. “È un gatto che si morde la coda” risponde Ricucci. “È vero che i reportage di esteri o di guerra non hanno un’audience pazzesca rispetto ad altri programmi trasmessi in tivù. Ma è anche vero che, se il pubblico non viene educato agli esteri, non potrà certo apprezzarli”. Molti conflitti sono coperti da freelance che non possono avere né le garanzie, né lo stipendio di un inviato della Rai o della Bbc. Ma ostinatamente continuano a sentire l’esigenza di fare il proprio dovere: la loro vita può valere anche solo 30-40 euro a pezzo.