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Aldo Morto
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Aldo Morto

Va in scena Aldo Morto 54, di Daniele Timpano. Uno spettacolo per conoscere la figura di Aldo Moro

25 Apr. 2013

“Desolato, io non c’ero quando è morto Moro. Aldo è morto senza il mio conforto. Era il 9 maggio 1978. Non avevo ancora quattro anni. Quando Moro è morto, non me ne sono accorto. Ma dov’ero io quel 9 maggio? E cosa facevo? A che pensavo? E soprattutto a voi che ve ne importa? È una cosa importante cosa facevo e che pensavo io a tre anni e mezzo? Aldo è morto, poveraccio”.

È in scena in questi giorni lo spettacolo Aldo Morto 54 di Daniele Timpano al teatro dell’Orologio di Roma (via dei Filippini). “Aldo vivo in mezzo a noi per una sera” e con lui tutta la storia, le rivoluzioni e le contraddizioni di quegli anni. Daniele Timpano mette magistralmente in scena un’indagine su un uomo odiato, idolatrato, discusso, del quale ai molti rimane solo una istantanea in bianco e nero del prigioniero sotto la stella a cinque punte delle Brigate Rosse.

Chi era costui? Che significato ha parlarne a distanza di trent’anni? Il drammaturgo romano ricrea una prigionia reale all’interno di una stanza di tre metri per uno, per rivivere le ultime 54 giornate di un personaggio pubblico dell’Italia degli anni Settanta, ma soprattutto di un uomo che è stato fra le figure centrali della storia italiana.

Voci diverse si interpongono in questo processo, voci di redenti e voci di ribelli, voci di rivoluzione e di delusione, voci di chi l’ha conosciuto da vivo e chi da morto. Chi può porsi a giudice di quello che è stato il caso Moro? Chi detiene la verità? Renato Curcio? I magistrati? Paolo VI? Daniele Timpano?

“In questo stato attuale delle cose è impossibile un’azione alla reazione”. A distanza di anni una storia che può ancora insegnarci tanto sulla nostra Italia, ancora frammentata, ancora vittima della storia.

Vincitore del Premio Rete Critica 2012 e finalista del Premio Ubu 2012, Aldo Morto è la differenza a ciò che è l’arte oggi. Teatro impegnato, critico, ironico, che non perde però l’immediatezza e la carica del linguaggio di scena.

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