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Caracas la rossa

A pochi giorni dalle elezioni presidenziali la capitale venezuelana è in fibrillazione

Immagine di copertina

È un eterno primo maggio. Così si potrebbe descrivere il clima che vive Caracas in questi giorni, aspettando le elezioni di domenica. Perché le strade sono piene di magliette, bandiere, cartelloni a tal punto da sembrare che si rechino ad una manifestazione ogni cinque minuti. I venezuelani esprimono il loro appoggio con fervore e passione, indossando i colori che identificano il partito scelto. E il rosso di Chávez è ovunque.

Dopo la morte del leader, ha assunto la presidenza ad interim il suo vice, Nicolás Maduro, che ha indetto nuove elezioni presidenziali per il prossimo 14 aprile. E a partire da lunedì scorso, è cominciata ufficialmente la campagna elettorale, un evento che riempie di colori, musica e persone l’intera città. Dai quartieri più poveri che circondano il centro, colmi di casette dai colori variopinti, roccaforti del chavismo, fino al centro degli hotel di lusso, la maggior parte espropriati e ora statali, ovunque la politica attraversa la vita quotidiana dei cittadini della capitale.

Appena svegli i megafoni scandiscono l’inizio della giornata. Ovunque militanti del Partido Socialista Unido de Venezuela (Psuv) intonano l’inno nazionale, canti a favore di Nicolás Maduro, il candidato scelto dallo stesso Chávez prima di morire per succedergli. “Chávez lo giuro io voto per Maduro”, è il canto più in voga per le strade di Caracas, sin dal giorno in cui è stata annunciata la morte del leader bolivariano, nelle immense code che si formavano fuori dalla camera ardente per dare l’ultimo saluto al Comandante.

.Ogni cinquanta metri, in qualsiasi via del centro, è possibile trovare un “punto rosso”, gazebo del Psuv che distribuisce poster, volantini, adesivi e palloncini. Un incrocio è stato nominato esquina caliente – incrocio caldo – perché ogni giorno dà vita ad accesissime discussioni tra i militanti del Psuv e i sostenitori dell’opposizione.

Uomini e donne con baffi finti – per richiamare la figura di Maduro- spuntano dovunque. I venezuelani si sono tolti di dosso l’imbarazzo nel dimostrare la loro opinione, e la esibiscono in ogni momento. Le magliette rosse, con il volto di Chávez, appaiono appena si mette piede in strada. I bottegai le indossano mentre ricevono i clienti, ricevendo a seconda dei casi entusiasmo o forte disapprovazione. Perché qui tutti parlano di politica.

Camminare in centro può diventare un’impresa faticosa, dove si affrontano torme di estranei che cercano di stabilire una discussione sulle prossime elezioni. “Capriles delinquente” gridano alcuni. “Maduro corrotto” urlano altri. Eppure, l’effervescenza di Caracas non sembra poter arrivare fino alla violenza. O almeno non fino al punto che ci si potrebbe aspettare, visto l’altissimo grado di polarizzazione.

Già dalle sei di mattina, ora in cui la città comincia il suo ritmo quotidiano, i camion stracarichi di casse girano per il centro lanciando l’urlo proselita. “Chávez vive, la lucha sigue”, si sente ad altissimo volume nel mezzo dell’intasatissimo traffico della città. Basta mettere un orecchio alla finestra per sentire cori da stadio inneggiare a Chávez, o insultare Maduro.

Un sentimento popolare che si esprime negli atti ufficiali di entrambi i candidati. Enrique Capriles, l’aspirante di centrodestra, è riuscito a portare in piazza più di 300 mila persone nella capitale domenica scorsa. Maduro invece sta riempiendo le piazze di tutto il Paese, con la promessa di riunire tre milioni di persone a Caracas giovedì, nella chiusura della campagna elettorale.

Sebbene il risultato sia ormai scontato a favore dell’erede di Chávez – nessun sondaggio dà vincente Capriles, nemmeno quelli più favorevoli – l’opposizione prosegue la sua campagna imperterrita. Con una strategia poco abituale. Il centrodestra ha cominciato ad utilizzare i simboli più cari al chavismo, per cercare di attrarre settori indecisi o vicini al Psuv.

Lo stesso Capriles è apparso in più di un’occasione con una camicia rossa, indumento usato storicamente da tutti i chavisti negli ultimi 14 anni. Ha deciso di intitolare il suo comando di campagna col nome di Simon Bolivar, liberatore del Venezuela dal dominio spagnolo e principale fonte ideologica di Chávez. In uno dei suoi ultimi discorsi, ha addirittura promesso di dare la cittadinanza venezuelana ai medici cubani sparsi per il Paese, un accordo sottoscritto tra Chávez e Fidel Castro, a cambio della vendita di petrolio al regime cubano a prezzi stracciati.

D’altro canto alcuni aspetti della politica chavista sono entrati a far parte della vita quotidiana del Paese, e sono accettati socialmente ovunque. Per “Capriccio”, come lo hanno battezzato i suoi detrattori, non rimane che appropriarsi di alcuni di quei simboli oramai parte del patrimonio collettivo venezuelano, e puntare il proprio discorso sulle denunce di corruzione. E così sta facendo da settimane.

Il suo partito ha presentato 155 plichi contro il presidente ad interim, denunciando l’uso dell’apparato statale a favore del candidato del Psuv. Al chavismo è bastato ricordare il ruolo di Capriles durante il colpo di Stato contro Chávez portato avanti nel 2002, nelle violenze all’ambasciata cubana di Baruta.

Così, una Caracas rossa, assordante e frenetica si prepara a decidere il prossimo presidente del Paese con la maggior quantità di riserve petrolifere del mondo. Un’elezione che promette trasformarsi in un’immensa festa per il chavismo, l’ennesima, e che molti venezuelani attendono con l’incertezza di cosa verrà dopo. Perché Maduro non é Chávez. “Come Chávez non esiste nessuno”, ripetono tutti e ovunque. Anche se il programma presentato è esattamente uguale a quello che ha vinto le ultime elezioni. L’uomo, quell’uomo, è diverso.