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Le donne di Khartum

Dottoresse, ambasciatrici e studentesse che non giocano a carte

Immagine di copertina

La caotica capitale del Sudan è una città piena di contraddizioni. Non potrebbe essere altrimenti, vista la forte presenza di etnie e culture diverse, provenienti da più parti del Sudan e del Sud Sudan. È forte il contrasto anche, soprattutto, tra le donne della capitale, nella cui moltitudine si confondono e si amalgamano tradizioni e costumi più restrittivi ad altri più permissivi.

Camminando, con molta prudenza per via del traffico caotico e dei bajaj indisciplinati (una versione pittoresca della nostra motocarrozzetta Ape), è possibile scorgere splendidi volti femminili avvolti nel “torha” di morbido cotone, che sembrano mostrarsi orgogliosi; altri, invece, si possono solo immaginare dietro i veli integrali.

In effetti, il ruolo e il costume delle donne di Khartum è una delle sorprese maggiori della città. Contrariamente a quello che si è portati a pensare del Sudan in Occidente, giovani studentesse e affermate personalità della diplomazia e del commercio cittadino riempiono i salotti cittadini.

Nel 1966 è stata fondata, ad esempio, la Ahfad University for Women. Tuttavia, può capitare che vi venga detto che le donne non possono giocare a carte in pubblico: “è roba da uomini”.  La corsa all’islamizzazione della regione si scontra, in sostanza, con radicate consuetudini e aperture della società, grazie soprattutto al contributo della componente, maggioritaria, di origini africane.

Nella varietà del costume urbano è facile incorrere in errori di valutazione, i primi giorni di permanenza a Khartoum. In genere, tra stranieri e sudanesi, ci si può stringere la mano anche se una delle due persone è di sesso femminile: non c’è alcun problema se, ad esempio, la donna è originaria del Darfur o del Sud Sudan; al contrario se la coppia proviene dell’Arabia Saudita o si attiene più strettamente ai costumi arabi, è bene non offrire la mano alla donna o cercarne gli occhi.

Lei rifiuterà di darti la mano: secondo i costumi più restrittivi, infatti, è fatto divieto alle donne di essere toccate da altri uomini al di fuori dal proprio partner o familiare, così come farsi riprendere nelle foto o scambiare qualche parola con estranei di sesso opposto.

Gruppi di giovani studentesse si muovono, al contrario, nelle vicinanze dei centri universitari: frequentano i social networks, si impegnano nel sociale e partecipano alle manifestazioni studentesche, anche a rischio, per questo, di essere arrestate e interrogate dalle forze di sicurezza governative. Amano vestire, inoltre, in drappi sagomati o in vestiti simili a quelli occidentali importati dalla Cina o dall’India, nonostante una forte pressione per la loro messa al bando.

In Sudan, allo stesso tempo, infatti, il governo spinge per l’applicazione della sharia e l’arabizzazione del Paese. Non è infrequente, quindi, che donne accusate di adulterio, o che, pur denunciandone il reato, non riescono a dimostrare di essere state violentate, vengano condannate a morte per lapidazione o punite con le frustate per essersi ribellate al marito. Dal 2005, tuttavia, il Comprehensive Peace Agreement dovrebbe permettere alle donne non arabe l’uso di abiti tipicamente africani, colorati, e la non applicabilità della sharia sulle comunità non arabe. A oggi, tuttavia, la sua completa adozione è ancora uno dei temi che infiamma le periferie del Paese, e i dormitori delle università.