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Lettera d’amore a Roger Ebert

Addio al grande critico che era cinema a sè

Una volta Peter Bogdanovich chiese a Jerry Lewis se fosse un fan del cinema, lui rispose: “Certo! Ho anche scritto a Lana Turner una lettera d’amore di otto pagine”. Per quanto detesti i coccodrilli, la mia lettera d’amore di otto pagine, io l’avrei scritta a Roger Ebert, il critico del Chicago Sun, il più famoso del mondo, scomparso ieri al termine di una durissima battaglia che gli aveva sottratto già da tempo la facoltà di mangiare ed esprimersi a parole. Ma non di guardare film e recensirli. Ciò che amavo di quel critico arguto e infaticabile, più delle sue opinioni, era il modo di scrivere. Perchè era cinema a sè.

“Se l’intelletto può confondersi, le emozioni non mentono mai”. Diceva così. Perchè era anche molto umano e colto in una forma leggera. E io ho sempre creduto che avesse ragione. Soprattutto quando ripenso al mio rapporto con il cinema.

Per questo, nella famosa lettera immaginaria che avrei voluto scrivergli, gli avrei raccontato che quando avevo dodici anni, con curiosità innocente chiesi a mio padre se potevo vedere ‘Basic Instict’. Papà, che è sempre stato un uomo sottile nell’educarmi, mi disse che sì, avrei anche potuto, ma prima mi suggeriva di vedere ‘Tornando a casa’, un film drammatico sulla guerra, sull’amore, sulla mutilazione, sulla liberazione, sul sesso e l’amicizia. Lo vidi. E mi confuse, caro Ebert. Ma non ebbi più alcun desiderio di vedere ‘Basic Instict’. Invece guardai ‘Il laureato’ e ‘La sera della prima’.