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Il nubifragio di La Plata
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Il nubifragio di La Plata

Racconti dall'Argentina, dove un temporale ha provocato 57 vittime e migliaia di sfollati

05 Apr. 2013

Sono bastate cinque ore. Cinque ore dell’ultimo pomeriggio di un periodo festivo lunghissimo che era cominciato giovedí. La Pasqua ha fatto spazio alla commemorazione dell’anniversario dell’inizio della guerra delle Malvinas, il 2 aprile, e buona parte degli argentini rientravano dalle mini-ferie. La radio e la televisione non parlavano d’altro che del diluvio che il giorno prima era caduto sulla capitale Buenos Aires, con zone completamente sommerse e un nuovo temporale in arrivo.

“L’uscita per La Plata è stata chiusa al traffico a causa degli annegamenti”. Ora anche sulla capitale della provincia di Buenos Aires sembrava essersi voluto abbattere il nubifragio. Sicuro nulla di serio. In provincia non succede mai nulla di interessante.

L’acqua aveva cominciato a cadere un’oretta prima. Un temporale di quelli che fanno così rumore che la radio non la si può nemmeno sentire. Ogni tanto succede, specie in autunno, che qualche acquazzone si stampi sulle strade di La Plata, riempia un po’ le vie, e finisca presto con qualche ramo sui marciapiedi e un po’ di foglie da spazzare. Ma questa volta non ha smesso così in fretta. In due ore la città ha ricevuto 25 cm di pioggia. Ne mancavano ancora 18 prima che finisse e si potesse capire veramente la gravità dell’accaduto. Una raffineria prendeva fuoco a pochi chilometri dal centro. Nessun ferito, l’incendio è stato controllato. Ma c’èra puzza di benzina e poi l’intera città è rimasta al buio.

A La Plata vivono 900 mila persone. “Un milione” dicono i più entusiasti, quelli che vogliono dimostrare che si tratta della migliore città della zona, pur avendo Buenos Aires a solo 60 chilometri a nord. È una città piatta, costruita a tavolino per dare alla provincia più popolosa del Paese una capitale che non coincidesse con quella della nazione. Negli ultimi 20 anni il municipio ha cercato di convincere l’Unesco a dichiararla patrimonio dell’umanità. “Troppo sporca e poco curata”, hanno sempre risposto. È stata pensata in ogni dettaglio per ospitare l’amministrazione pubblica di tutta la provincia, l’università più importante del Paese, un polo culturale e scientifico che farebbe invidia a qualunque città sudamericana. Ma il temporale del 2 aprile 2013 non era nei piani.

Il sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, era appena arrivato dalle sue vacanze in Brasile. “Sono tornato appena ho saputo del nubifragio nella capitale”, ha spiegato ai cronisti mentre un collaboratore gli toglieva di mano le racchette da tennis con cui era sceso dall’aereo. “Tutti abbiamo diritto a una vacanza. Così tanta acqua non se la sarebbe aspettata nessuno. Non è colpa nostra”, diceva mentre centinaia di persone protestavano per le strade della capitale, con l’acqua alle ginocchia. Gli avversari politici di Macri, e fedeli alla presidente Cristina Fernández, si leccavano i baffi. Anche il sindaco di La Plata, Pablo Bruera, era in vacanza in Brasile. “Ma se il servizio meteorologico militare aveva lanciato l’allerta nazionale, com’è che questi erano a spasso in un altro Paese?” si chiederà il giorno dopo un famoso giornalista nel programma radio mattutino più ascoltato in Argentina.

Verso l’una di notte del 2 aprile la situazione era più semplice da comprendere. Le strade di La Plata si erano trasformate in una Venezia impazzita, con onde che distruggevano vetrine e macchine trascinate dalla corrente. La calma lacustre che regnava nella notte sembrava uscita da un altro racconto. Senza luce, senz’acqua potabile, senza cellulari funzionanti, la gente è dovuta tornare alla vecchia usanza di andare a trovare amici e familiari per vedere come stanno. Tolosa, antico quartiere ferroviario e artigiano, luogo di provenienza della stessa presidente, era sommersa quasi completamente. Così anche Villa Elvira, Puente de Fierro, Barrio Malvinas. La lista aumentava col passare dei minuti. In alcune zone il livello dell’acqua ha superato i due metri d’altezza. “Dicono che ci sono 20 morti”, dice uno. “Macché, per arrivare a 20 si dev’essere allagata la città intera!” risponde un altro dall’altra parte della strada. I morti accertati finora sono 57. La maggior parte trascinati dall’acqua e affogati nelle loro macchine. Lo Stato ha decretato tre giorni di lutto nazionale, per una delle catastrofi più importanti della storia del Paese.

Il giorno dopo i servizi ancora mancavano. Le scuole e gli uffici pubblici erano rimaste chiusi. “Non uscite di casa”, diceva il governatore della provincia, Daniel Scioli, attraverso radio e tv che in città quasi nessuno poteva vedere. Il sindaco Bruera invece rientrava dalle vacanze in Brasile, dopo la figuraccia fatta la notte prima, quando via Twitter aveva detto che stava aiutando i cittadini allagati. La città esponeva sui marciapiedi le macerie di una classe media lavoratrice in rovina. Letti, mobili, biblioteche, vestiti, elettrodomestici gocciolanti, riempivano ogni quartiere.

In pieno centro, il Frente Popular Dario Santillán, un’organizzazione nata dai movimenti di disoccupati nella crisi del 2001, raccoglieva ogni tipo di donazioni da portare alle zone più povere e devastate della città. “Immagina quel che può essere successo nei quartieri con le case di lamiera”, raccontava uno dei militanti riuniti nel centro culturale che amministrano. “Ci criticano perché blocchiamo il traffico quando reclamiamo migliori condizioni di vita. Però noi tutto questo l’avevamo detto che sarebbe successo”.

“Siamo militanti. Per noi è questo fare politica”, spiegava una studentessa di Belle Arti mentre riempiva una borsa di calzini. I collettivi universitari hanno aperto le facoltà ai rifugiati e girano per la città chiedendo donazioni. Anche l’ex calciatore Juan Sebastián Verón, platense ed ex Inter, Lazio e Sampdoria, è apparso con l’acqua alla vita trascinando un gommone nei quartieri allagati. Nel frattempo sono cominciati i primi saccheggi ad alcuni supermercati. Al calare della notte militanti e volontari continuavano a distribuire donazioni nei 33 centri di accoglienza e nei quartieri periferici. Ma ormai il buio ricopriva tutto.

2.500 persone hanno dovuto abbandonare le loro case. La lista dei morti per il temporale dà l’impressione di essere permanentemente incompleta. Il Paese intero continua ad avere gli occhi puntati su La Plata.

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