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Croazia-Serbia: il giorno dopo
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Croazia-Serbia: il giorno dopo

La Croazia batte 2-0 la Serbia ma la vera partita (quella politica) si è giocata a bordo campo e sugli spalti

23 Mar. 2013

In determinate circostanze lo sport può diventare un eccellente barometro per misurare lo stato di salute delle relazioni internazionali di due paesi. Il match valido per le qualificazioni ai Mondiali del 2014 tra Croazia e Serbia allo stadio Maksimir rappresentava indubbiamente un importante test dei rapporti bilaterali fra i due Paesi e più in generale sullo stato di salute della pace nei Balcani.

Un incontro tra Croazia e Serbia non potrà mai essere archiviato come “una semplice partita di calcio”. Del resto nel 1990 proprio al Maksimir di Zagabria la sfida tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado sfociò in una guerriglia che provocò 138 feriti e 147 arresti (Guarda il video). Gli scontri di quella giornata, celebri anche per il calcione rifilato dal croato Zvonimir Boban a un poliziotto, furono un tetro segnale premonitore della guerra civile che sarebbe scoppiata di lì a un anno e che vide gli ultras delle rispettive tifoserie trasformarsi in milizie paramilitari.

Con la fine della guerra la ripresa sportiva non fu rapida e quella calcistica fu particolarmente lenta. Il primo incontro fra le due nazionali arrivò solo nel 1999, peraltro a pochi mesi di distanza dalla fine della guerra del Kosovo. La doppia sfida, valida per il torneo a gironi di qualificazione agli Europei, giocata in un’atmosfera di forte tensione emotiva, terminò con un pareggio in entrambe le partite, ma il 2-2 del Maksimir premiò la nazionale di Belgrado che, includendo il Montenegro, si chiamava ancora Jugoslavia.

A più di un decennio dalla prima guerra dei Balcani il calcio avrebbe potuto segnare un simbolico momento di unione. Con la fine dell’era Milosevic infatti le relazioni serbo-croate si erano avviate in un lento e tortuoso cammino verso la riconciliazione, che aveva raggiunto il suo apice nel 2010 con la visita congiunta dei presidenti Ivo Josipovic e Boris Tadic, a Vukovar, città simbolo del conflitto fra i due paesi e ribattezzata l’“Hiroshima dei Balcani”. Invece nel maggio del 2012 l’elezione a Belgrado del nazionalista Nikolic – che ha definito Vukovar “una città serba in cui i croati non hanno ragione di tornare” – ha portato ad una sensibile riduzione dei rapporti bilaterali fra i due paesi.

Già a novembre, peraltro, l’incontro era stato politicizzato dal tecnico croato Stimac il quale, per celebrare l’assoluzione di Gotovina e Markac, aveva proposto che il calcio d’inizio fosse dato dai due generali imputati per crimini di guerra al Tribunale internazionale dell’Aja. Conscio della potenziale miccia che era stata accesa, il presidente della Federcalcio croata Suker ha cercato di gettare acqua sul fuoco e ha costretto Stimac ad una parziale smentita.

La storia e l’attuale situazione politica hanno dunque indotto le due federazioni calcistiche a vietare le trasferte ai tifosi ospiti, in modo da ridurre al minimo le possibilità di incidenti e le stumentalizzazioni. Dal Presidente croato Ivo Josipovic all’allenatore serbo Mihajlovic sono state molte le voci della vigilia volte a spoliticizzare l’evento, ricordando che in fin dei conti si tratta “soltanto di una partita di calcio“.

Se le figure più responsabili si sono spese per gettare acqua sul fuoco, le frange nazionaliste hanno, al contrario, approfittato il più possibile del big match caricandolo oltremodo di significati politici. L’esempio lampante di questa strumentalizzazione è il modo in cui i media vicini alla destra ultranazionalista croata hanno stravolto il significato dell’intervista fatta da Mihajlovic alla Gazzetta dello Sport.

Sul campo è finita 2 a 0 per i padroni di casa grazie alle reti di Mandzukic e Olic, entrambe messe a segno nel primo tempo, ma la vera partita si è giocata a bordo campo e sugli spalti, con giocatori, allenatori e dirigenti nella parte dei “responsabili” mentre, com’era prevedibile, il tifo organizzato si è distinto per prese di posizione ultranazionaliste e anti-serbe.

Prima del fischi d’inizio gli allenatori si sono abbracciati ed entrambe le squadre hanno applaudito l’esecuzione degli inni nazionali. L’inno serbo tuttavia, nonostante gli appelli della vigilia, è stato sonoramente fischiato dal pubblico. Il Maksimir ha accolto i ventidue protagonisti con una maestosa coreografia inneggiante ai simboli nazionali croati. Per tutti i novanta minuti si sono susseguiti cori patriottici e immancabili riferimenti a Vukovar, inframmezzati dal minaccioso grido “a morte i serbi” scandito dagli ultras croati.

“Questa partita non è la continuazione di una guerra: quella vera, maledetta e sporca, l’abbiamo già vissuta e ne portiamo addosso ferite e cicatrici… è arrivato il momento di dimenticare, tendere la mano e guardare avanti”, aveva dichiarato Mihajlovic. Solo il tempo e la responsabilità degli attori istituzionali potranno avere la capacità di curare le ferite di una guerra civile. La strada verso la riconciliazione è ancora lunga e questa partita ha rappresentato solo una piccola tappa. Il 6 settembre si giocherà a Belgrado, ma è non c’è dubbio che l’odio fra serbi e croati potrà dirsi definitivamente superato quando i tifosi delle rispettive nazionali potranno assistere a questa sfida insieme sugli spalti del Maksimir, divisi solo dalla rivalità sportiva.

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