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Il futuro delle isole Falkland

Un referendum ha visto una schiacciante vittoria in favore della sovranità britannica. Ma Buenos Aires non vuole rinunciare ai giacimenti petroliferi

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Domenica e lunedì gli abitanti delle isole Falkland hanno partecipato a un referendum per stabilire se restare o meno sotto la Corona britannica. Il 99.8 per cento di essi ha risposto affermativamente: secondo il primo ministro del Regno Unito David Cameron, con tre soli voti contrari è “il risultato più chiaro che ci possa essere”.

Gli argentini la vedono diversamente e non hanno voluto riconoscere il voto, giudicandolo semplicemente una boutade. Secondo Buenos Aires gli abitanti delle Malvinas (la denominazione delle isole sotto la dominazione spagnola) non possono invocare un diritto all’autodeterminazione in quanto impiantati dai colonizzatori inglesi. Il ministro degli Esteri Timerman ha già in passato chiarito come le Nazioni Unite non riconoscano la popolazione come indigena e si siano espresse in tal senso in più di 40 risoluzioni.

Le rivendicazioni argentine risalgono a quasi due secoli fa ma nel 1982, durante la dittatura militare, sono sfociate in un conflitto in cui persero la vita 649 argentini e 258 britannici. Recentemente l’esecutivo peronista guidato da Christina Kirchner ha risollevato il suo interesse nelle isole, alzando i toni del confronto con la “potenza colonialista”. A febbraio è stato negato a due navi britanniche il permesso di attraccare al porto argentino di Ushaia. Nonostante le schermaglie diplomatiche, la Kirchner ha sempre negato di voler intraprendere una nuova guerra.

La rinnovata importanza di questo piccolo territorio può avere diverse ragioni. La prima è da cercarsi nella recente scoperta di abbondanti riserve petrolifere nei loro dintorni. Secondo la Rockhopper, società che si occupa di esplorazione petrolifera, a nord delle Falkland esistono 500 milioni di barili di petrolio estraibili. A sud ci sono meno certezze ma altre società ritengono di poter trovare formazioni geologiche addirittura più redditizie. L’estrazione di questi giacimenti porterebbe guadagni sostanziali, una manna per uno Stato argentino in forte difficoltà economica.

Un altro motivo per risollevare vecchie rivendicazioni è nella popolarità di questa causa presso gli argentini e le numerose difficoltà che il governo sta attraversando. Per la prima volta dal 1996 i conti pubblici argentini hanno registrato un deficit primario (prima del pagamento degli interessi sui titoli di Stato).

Inoltre il rallentamento dell’economia e un’inflazione rampante hanno affondato gli indici di gradimento della presidente Kirchner al 35-40 per cento, dopo aver vinto la rielezione solo nel 2011. Il tutto mentre a New York una corte, deliberando in merito alle ragioni di alcuni suoi creditori (i “fondi avvoltoio”), può portare l’Argentina a un secondo default in poco più di un decennio.