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La morte di un leader latinoamericano

Le conseguenze politiche interne. Il timore di un colpo di stato. E le reazioni dal mondo

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A 58 anni di età si è spento il presidente venezuelano Hugo Chávez, vittima di un cancro. Nel suo Paese e in tutto il continente si moltiplicano le dimostrazioni di solidarietà. “Abbiamo ricevuto l’informazione più dura e tragica possibile. Alle 16:25 di oggi è deceduto il comandante presidente Hugo Chávez”.

Con queste parole il mondo ha appreso la notizia della morte del presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Hugo Chávez Frías. A pronunciarle è stato il vice presidente e principale erede della leadership chavista, Nicolás Maduro (leggi l’articolo). Cercando di non cedere al pianto, Maduro è apparso a reti unificate in tutto il Venezuela dall’ospedale militare di Caracas, dove il presidente era stato trasferito lo scorso 18 febbraio dopo l’ennesima operazione a Cuba per estirpare un cancro nella zona pelvica che gli era stato diagnosticato nel maggio del 2011. Era la quarta operazione alla quale si sottoponeva nel Centro di Ricerca Medica e Chirurgica di La Habana, oltre alle numerose sessioni di chemioterapia ricevute negli ultimi due anni.

Centinaia di migliaia di venezuelani si sono riversati nelle piazze intitolate a Simón Bolivar, il principale patriarca del Paese sudamericano, all’urlo di “viva Chávez” e “Chávez somos todos”. I simpatizzanti del presidente chiedono ora che i suoi resti riposino proprio nel mausoleo dove si trova il corpo di Bolivar, il “libertador”. Dopo 15 anni spesi come capo del governo, Chávez lascia il Paese in una situazione politica delicata, che i suoi sostenitori cercano di affrontare con l’appoggio alla rivoluzione cominciata nel 1998.

Ma il Venezuela dovrà tornare alle urne entro i prossimi 30 giorni. Infatti, la costituzione elaborata e promulgata nel 1999 prevede che dopo morte del presidente in carica il suo vice prenda le redini del paese, con l’unico obbiettivo di garantire nuove elezioni che definiscano il nuovo capo dello stato. E sebbene Maduro sia stato indicato dallo stesso Chávez come suo successore politico, dentro al movimento chavista esistono diverse anime con possibilità di raccogliere consensi. E dall’altra parte, un’opposizione feroce, che ancora cura le ferite delle pesanti sconfitte elettorali di ottobre e dicembre scorsi.

Il chavismo ha sempre generato reazioni di amore e odio. Appoggiato principalmente dalle frange più umili del Paese, l’esercito e i settori principali della sinistra venezuelana, il presidente meticcio ha sempre ricevuto forti critiche interne e dall’estero. Dal 1998 a oggi, Chávez e il suo movimento hanno vinto otto elezioni, tra presidenziali e amministrative, con non meno del 54 per cento dei voti; tutti i referendum realizzati, tranne quello sulla riforma costituzionale del 2007, e persino il “referendum revocatorio” del 2004, che obbligava il presidente a dimettersi in caso di sconfitta, primo caso nel mondo poi seguito dal suo omologo boliviano Evo Morales. Il chavismo è sopravvissuto pure al colpo di stato del 2002, quando Pedro Carona prese il potere nei due giorni in cui Chávez era stato fatto prigioniero. Furono le Boine Rosse dell’esercito a liberarlo e riportarlo a palazzo presidenziale.

Una fedeltà, quella dell’esercito e dei movimenti sociali venezuelani, che si riproduce nelle strade di Caracas nelle ultime ore. Il ministro della difesa Diego Molero è apparso anche lui a reti unificate poche ore dopo la dichiarazione della morte di Chávez per annunciare lo schieramento delle forze armate nelle strade e quindi scongiurare un possibile colpo di stato. Un’ipotesi che il governo sta studiando da giorni. Già lunedì 4 marzo l’esecutivo aveva decretato l’espulsione dal Paese di David Del Mónaco e Debling Costal, funzionari dell’ambasciata statunitense accusati dal proprio Maduro di “cospirare contro il governo”. E ora il timore di nuovi sobbalzi geopolitici pare essere sempre dietro l’angolo per i leader chavisti, e per diversi governi sudamericani.

Perchè la figura di Chávez era, ed è, un riferimento importante per gli equilibri della regione. Il suo protagonismo è esploso nel 2005 quando, durante il summit che doveva siglare la nascita dell’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), il Venezuela riuscì a raccogliere l’opposizione di una gran porzione dei presidenti latinoamericani di fronte alla proposta dell’allora presidente George W. Bush. Da quel momento, la diplomazia venezuelana ha avuto un ruolo fondamentale nelle relazioni internazionali tra i Paesi sudamericani.

Lo stesso Chávez nel 2005 annunciò la nascita dell’Alternativa Bolivariana per i popoli d’America (Alba), un’alleanza politica e commerciale che riunisce i Paesi di sinistra della regione (Venezuela, Cuba, Nicaragua, Ecuador e Bolivia, principalmente). Ha inoltre promosso la creazione dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) e della Comunitá di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (Celac), con l’intenzione di sostituire l’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) includendo Cuba e lasciando fuori gli Stati Uniti e il Canada.

Il riconoscimento regionale verso Chávez si è espresso immediatamente. L’argentina Cristina Fernandez, l’uruguayano Josè Mujica e il boliviano Evo Morales hanno cancellato i propri impegni per recarsi a Caracas. La Bolivia ha decretato sette giorni di lutto nazionale per la morte del presidente venezuelano, l’Argentina tre, come l’Ecuador. I presidenti di tutti i Paesi americani hanno inviato le loro condoglianze. Il Venezuela darà l’ultimo saluto al suo presidente venerdì prossimo.