Me

Il pilota senza cielo

Un ufficiale dell'aeronautica italiana spiega la missione e le funzioni dei droni schierati dal nostro Paese

Immagine di copertina

Il pilota senza cielo

AMENDOLA – Luca è un pilota senza cielo. Vola ma con i piedi per terra. Solo che stavolta il consumato adagio va preso alla lettera: Luca il suolo non lo lascia mai. I suoi aerei, invece, sì: sono i droni, i velivoli a guida remota. Spie alate, li chiamano: montano sofisticati sensori che permettono di ottenere foto e filmati, di osservare senza essere osservati, di spingersi in territorio nemico senza rischiare nulla. Soprattutto la vita dei piloti.

Gli Stati Uniti hanno droni a migliaia, armati e li hanno eletti a grandi (e unici) protagonisti della caccia ai terroristi. L’Italia ne possiede una dozzina, al momento non armata: entro il 2013, ai nove attuali se ne aggiungeranno altri tre. La loro base è ad Amendola, vicino Foggia, dove ha sede il 28° gruppo dell’Aeronautica militare. Luca è il comandante di questo team interamente dedicato ai droni, ha il grado di Maggiore e guida qualche decina di equipaggi, per un totale di 200 uomini. “I nostri droni sono di due tipi”, spiega Luca. “Il Predator è operativo dal 2004, ha un’apertura alare di 16,8 metri e un’altezza di 2,1. Quattro anni dopo è stato acquistato il Reaper, la versione più avanzata, 20,1 metri di apertura alare e 3,6 di altezza”. In otto anni di impiego, i droni hanno fatto le guerre in Iraq e in Libia, sono tuttora in Afghanistan (a Herat sono rischierati due Predator) e dal marzo scorso un Reaper vola sul Kosovo, a supporto della forza Nato Kfor.

La missione dei droni è pattugliare dal cielo in cerca di informazioni sensibili: nemici che nascondono mine sotto terra, potenziali obiettivi da seguire e di cui studiare il comportamento, convogli da scortare, ricognizioni da effettuare prima che venga lanciato un attacco. Possono stare in volo fino a 24 ore consecutive. I sensori inviano a terra foto e filmati in tempo reale. Racconta Luca che, durante la guerra di Libia, un drone “ci ha permesso di notare due bambini che giocavano vicino a un potenziale obiettivo. Abbiamo interrotto le operazioni e fatto rimuovere il sito dalla lista degli obiettivi”. Per quanto sorprendente, la qualità dell’immagine non è perfetta: non si riconosce il volto di una persona. E a volte non si può distinguere un civile da un militante, un bastone da un fucile. “Prima di ammettere che non è possibile capire chi sia quella persona ci sono tanti fattori da valutare: il comportamento, com’è vestito, dove va e da dove viene, da chi è circondato, come si comporta la gente attorno a esso”, spiega il Maggiore.

Il drone viene guidato da una sorta di container, dove lavora pigiato un equipaggio di almeno cinque persone: il pilota, l’operatore dei sensori e gli analisti che dalle immagini devono ricavare informazioni. Il nomignolo del 28° gruppo è: “Le Streghe”. “La magia delle nostre Streghe è quella di trasformare dati in informazioni”, spiega Luca. Il drone e la tecnologia, in sé, non sono tutto: ciò che conta è la capacità di chi sta a terra di decifrare i segnali del terreno. “Capire se una nave trasporta armi o aiuti umanitari, se c’è una bomba poco più avanti di un bivio a cui tutti deviano, se quell’edificio ospita un centro di comando del nemico”, il drone non è che una protesi dell’essere umano. “Non si parla più di aereo”, conferma il Maggiore. “Si parla di sistema”.

Essere un pilota e non andare mai tra le nuvole può sembrare un paradosso. E per molti all’inizio è così. Molte Streghe sono piloti di jet e di guidare un drone non volevano sentirne parlare. Anche Luca non fa eccezione: “Io, sinceramente, qua non volevo venire”. Tra i primi della classe all’Accademia e alla scuola di volo in America a Sheppard, 10 anni sui Tornado tra Balcani e Afghanistan, il Maggiore aveva il perfetto profilo del pilota di jet. Poi, il trasferimento alla base dei droni. Ora però è “entusiasta”, perché “il nostro lavoro si misura con le vite che ogni giorno hai contribuito a salvare. Prendere una decisione sbagliata può fare la differenza tra la vita e la morte”. In Italia, spiega Luca, il drone “è tra le realtà meno ambite per un pilota”. Una questione d’immagine: “Prendi una Ferrari e una Cinquecento: chiunque preferirebbe la Ferrari ma poi ci si accorge che il lavoro utile, il lavoro di massa è fatto anche da altri velivoli che hanno prestazioni inferiori. Il Predator sembra un giocattolo. Ma vola. E aiuta a salva vite tutti i giorni”. Tanto che in America, ormai, si reclutano più piloti di droni che di aerei convenzionali.

Quella dei droni è una vera e propria rivoluzione: si va in guerra senza esserci. Vero, nella storia la tecnologia ha sempre allontanato i combattenti tra di loro: la polvere da sparo, le mitragliatrici, gli aerei stessi, i missili balistici intercontinentali. Ma i droni fanno fare un salto di qualità. Vedi il nemico in faccia, prendi decisioni al più basso livello tattico. Eppure non sei fisicamente sul campo di battaglia. Non rischi la vita. La guerra dei droni non è più un atto di coraggio e valore. Luca è in parziale disaccordo. I droni “danno la vera essenza dell’eroe. Era più facile essere un eroe quando scendevo da un super jet, col mio casco. Qui l’eroismo sta nel fare il proprio dovere, quotidianamente. L’eroe che a noi serve fa il suo lavoro e basta, non il personaggio da copertina. In Italia”, e qui il discorso si allarga, “serve che gente che sappia stare al proprio posto”. È finita l’era dei Top Gun alla Tom Cruise.