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Gli abitanti di Bil’in non si arrendono
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Gli abitanti di Bil’in non si arrendono

Da otto anni ormai il piccolo villaggio palestinese protesta contro la costruzione del muro di separazione israeliano

28 Feb. 2013

Bil’in è un piccolo villaggio in collina a pochi chilometri da Ramallah, abitato da poche migliaia di persone, perlopiú contadini e piccoli commercianti. Negli ultimi 8 anni però è diventato un simbolo di resistenza per moltissimi palestinesi e osservatori internazionali, dopo la decisione del governo israeliano di far passare il muro di separazione tra i campi agricoli del paese.

Gli abitanti hanno visto costruire un barriera alta 8 metri in mezzo alla loro terra. Da allora non solo è difficile lavorarla, talvolta è persino impossibile rifornirla d’acqua. Risultato: i campi intorno a Bil’in sono deserti. Quelle che una volta erano distese di ulivi e cereali oggi sono diventate un campo da combattimento, sul quale ogni venerdí si scatena la guerra. Da diversi anni infatti un comitato popolare lotta contro il muro a ridosso dei campi, chiedendone l’allontanamento.

Poche ore prima delle proteste, le parole dell’imam nell’omelia del venerdí echeggiano nel piccolo centro. Invita a non desistere, a trovare la benedizione nella preghiera per continuare a lottare. Invita a imitare lo sforzo d’animo di Samar Asawi, in sciopero della fame da 220 giorni nel carcere di Ofer. La preghiera si conclude con l’urlo di slogan contro Israele e l’occidente e in pochi minuti il corteo si organizza e inzia la marcia in direzione del muro. I militari israeliani, a scopo preventivo, sparano lacrimogeni prima dell’arrivo dei manifestanti per impedire a bambini ed anziani di proseguire.

L’atmosfera è pesante, la tensione è palpabile. I soldati osservano i movimenti del corteo e lo invitano ad allontanarsi dalla barriera. Gruppi di giovani incappucciati armati di pietre e mazze cercano lo scontro. Basta poco e si scatena la violenza: i soldati caricano duramente i manifestanti, molti rimangono feriti a terra e il gas lacrimogeno fa il resto del lavoro disperdendo la folla. Pietre volano in ogni direzione. Bombe assordanti stordiscono e impediscono la riorganizzazione del corteo. Alcuni tentano di scavalcare il muro, ma i militari rispondono con i proiettili di gomma. Qualcuno cade a terra, colpito, e in fretta viene portato via e caricato sui blindati. L’ala dura del corteo si riorganizza. I piú esperti spiegano come riconoscere i tipi di gas lacrimogeni e come comportarsi di conseguenza, forniscono indicazioni e strategie. Gli scontri continuano per un’altra ora circa, sotto gli occhi di giovani coloni, che al di là del muro assistono alla scena come fosse un film d’azione. Da un lato la violenza, le urla, gli spari, e dall’altro i lavori nell’enorme cantiere dell’insediamento, ormai quasi completato, dove la vita scorre tranquilla.

La situazione si fa finalmente più calma. Uno degli organizzatori, Abad, visibilmente scosso e piegato dalla fatica, racconta le ingiustizie a cui sono costretti gli abitanti di Bil’in: “il muro ha distrutto l’economia locale. I campi non sono piú coltivabili. Nel 2007 la Corte Suprema ci ha dato ragione, ammettendo che la costruzione del muro ci danneggia, ma non impone nulla di fatto a Israele”, afferma. “Inoltre i coloni prendono la maggior parte dell’acqua, e quella che rimane a noi non è sufficiente per la coltivazione” continua. “Le pietre sono la nostra unica arma; abbiamo diritto a resistere”.

Nel 2008, dopo la sentenza della Corte Suprema, Israele ha presentato un nuovo tracciato del muro, che ridà a Bil’in poche decine di ettari, insufficienti, secondo i locali, a far ripartire l’economia. Negli anni sono stati molti gli scandali che hanno colpito le due società costruttrici degli insediamenti oltre la barriera. L’Unicef, sempre nel 2008, ha interrotto ogni tipo di rapporto con Lev Leviev, magnate israeliano ed ex finanziatore dell’agenzia, dopo un’inchiesta portata avanti dall’associazione Adalah-Ny, che ha fatto emergere stretti rapporti tra l’imprenditore e gli investimenti nelle colonie nei pressi di Bil’in.

Oggi, dopo 8 anni di lotta, si contano diverse decine di invalidi e 1 morto: Bassem Ibrahim Abu-Rahma, uno dei leader del comitato popolare di Bil’in colpito da una bombola di gas lacrimogeno mentre soccorreva una donna rimasta ferita durante una manifestazione. Il suo volto è una presenza costante nel villaggio accanto a quello di Arafat e Mahmud Darwish. Intanto in cittá torna la quiete, i negozi riaprono, ma tutti aspettano già pronti il prossimo venerdí.

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