Stiamo riprogettando interamente l'organizzazione dei contenuti del nostro sito per offrirti un servizio migliore. Scopri di più

Me

Stiamo riprogettando interamente l'organizzazione dei contenuti del nostro sito per offrirti un servizio migliore. Scopri di più

Bonjour Paresse

Produci, consuma, crepa. Dall'animal laborans alla sindrome da burnout. Qualche consiglio per vivere meglio

Immagine di copertina

Bonjour Paresse

Mi è capitato fra le mani nel fine settimana un libro intervista a Serge Latouche, “Fine Corsa” in cui il filosofo/economista torna sui suoi cavalli di battaglia: bisogna decrescere, arginare il consumismo, valorizzare il concetto di abbondanza frugale, ridiscutere l’utilitarismo imperante.

Fra le varie riflessioni condivisibili, una in particolare merita di essere citata: “Se un marziano venisse a vedere come stiamo sulla Terra, si strabilierebbe dell’idiozia con cui sono organizzati gli umani: a fronte di milioni e milioni di disoccupati, ci sono milioni di donne e uomini che lavorano come pazzi. Fino a quindici ore al giorno. Una stupidità totale. Si deve lavorare meno, per lavorare tutti. Oggi tra l’altro più si lavora meno si guadagna perché si è intrappolati in una concorrenza spietata. Lavorando meno si guadagnerebbe di più e si vivrebbe meglio”.

Il lavoro negli ultimi tempi è diventato totalizzante, consuma gran parte delle nostre giornate e si infila nel tempo libero appena abbassiamo la guardia.

Per dirla con i francesi la vita si è ridotta alla triade “métro-boulot-dodo”.

Hannah Arendt aveva già parlato della recente trasformazione dell’uomo in “animal laborans” mentre Carmelo Bene invitava tutti a disoccuparsi perché “l’uomo non è nato per lavorare. Non è nato per essere occupato. È nato per niente. In balìa dell’esistenza senza scopo. Il lavoro è propinato per questo. Altrimenti tutti si ammazzerebbero”.

Il dibattito è stato di recente arricchito da un filosofo coreano, Byung-Chul Ha il quale sostiene che non siamo tanto schiavi del lavoro, quanto dalla nostra continua ansia da performance.

“La società del XXI secolo non è più la società disciplinare ma è una società della prestazione. Il soggetto di prestazione è libero dall’istanza esterna di dominio che lo costringerebbe a svolgere un lavoro o semplicemente lo sfrutterebbe. È lui il signore e sovrano di se stesso. Egli dunque non è sottomesso ad alcuno se non a se stesso. In ciò si distingue dal soggetto d’obbedienza. Il venir meno dell’istanza di dominio non conduce però alla libertà. Fa sì semmai che libertà e costrizione coincidano. Così il soggetto di prestazione si abbandona alla libertà costrittiva o alla libera costrizione volta a massimizzare la prestazione. L’eccesso di lavoro e di prestazione aumenta fino all’auto-sfruttamento” ( in “La società della stanchezza”, Nottetempo).

Fare, performare, massimizzare, investire. Sono i “mantra” negativi degli ultimi anni che hanno perfino invaso la sfera dei sentimenti e rischiano di condurci alla depressione, al burnout.

Forse è tempo di decelerare e invocare quello che Paul Lafargue, genero di Karl Marx, chiamava il diritto alla pigrizia.

Bonjour Paresse.